L’AI e le tensioni tra Cina e USA

«Un anno dopo lo choc di DeepSeek, un altro modello di Intelligenza Artificiale (AI) cinese, ha sollevato tremori nella Silicon Valley. Questa volta sarà più difficile per le società americane dell’AI sottovalutare la sfida». Così il Financial Times ha salutato mercoledì scorso il debutto alla borsa di Shanghai delle azioni di CXMT, salite in pochi minuti del 466% facendo volare la valutazione del campione dei chip cinesi a 547 miliardi di dollari. Secondo gli esperti il superconduttore chiamato Kimi K3 non è il frutto di una copiatura, ma il risultato di un miglioramento strutturale. Addirittura Elon Musk lo ha definito un «lavoro impressionante». Kimi K3 è un chip per memorizzare i dati e non è un superconduttore, come quelli di Nvidia, che possono essere prodotti solo dalle litografie dell’olandese ASML, che però gli americani hanno imposto che non devono essere esportate in Cina. Sta di fatto che nella Silicon Valley ci si preoccupa perché il ritardo cinese si assottiglia sempre più e perché i modelli di AI cinesi (anche se ancora meno sofisticati di quelli americani) sono sempre più preferiti dal pubblico statunitense poiché costano molto meno e perché sono aperti e quindi accessibili da chiunque. I risultati sono già sotto gli occhi di tutti: la Cina non vanta più solo un grande attivo nel commercio di beni industriali, ma ora sta migliorando in modo impressionante anche la bilancia import/export dei servizi.
Queste scaramucce tra i capitani delle nuove tecnologie oscurano la vera battaglia tra Stati Uniti e Cina che non è solo quella della leadership (e quindi di stabilire gli standard mondiali), ma soprattutto quella dell’uso militare di questi marchingegni. Le preoccupazioni sono emerse dalla decisione della Casa Bianca di fermare la commercializzazione di Mythos di Anthropic, un modello in grado di perforare qualsiasi sistema di cybersicurezza, dalla fuga dal sistema di OpenAI di un modello che è andato ad intaccare un sistema esterno. Insomma come discusso nel recente vertice tra Xi Jinping e Donald Trump occorrerebbe una regolamentazione a livello mondiale, ma questo risultato non è ipotizzabile per la profonda sfiducia tra le due superpotenze e anche perché verificare il rispetto di eventuali accordi è praticamente impossibile a causa della natura di queste nuove tecnologie. È quindi probabile che si sviluppino due standard differenti: il primo occidentale, sotto la guida degli Stati Uniti; il secondo del Sud globale, sotto la leadership della Cina. Washington finora non si è posta il problema della copertura geografica dei suoi standard nella convinzione che non vi sarà mai una reale concorrenza. Xi Jinping, invece, la settimana scorsa in una Conferenza internazionale a Shanghai ha proposto una visione dello sviluppo dell’AI che molti Paesi in via di sviluppo avranno difficoltà a rifiutare. La Cina metterà a disposizione modelli aperti di AI e aiuterà a formare migliaia di persone. A tale scopo ha annunciato la creazione dell’Organizzazione mondiale per l’AI, cui hanno già aderito 29 Paesi. In conclusione, la sfida tra le due potenze non si gioca solo a livello di capacità militari, ma soprattutto nel campo delle innovazioni tecnologiche che stanno anche cambiando il modo in cui la guerra verrà condotta.


