L'altalena del petrolio

È evidente l’altalena del prezzo del petrolio degli ultimi mesi. Si è trattato di un fattore negativo ma, considerando il contesto, non è esagerato dire che poteva andare anche peggio. È chiaro che la guerra tra USA-Israele e Iran, con gli annessi blocchi allo Stretto di Hormuz, ha giocato e gioca un ruolo non secondario nelle oscillazioni delle quotazioni del greggio. I conflitti bellici in Medio Oriente accrescono l’incertezza già alimentata da altri conflitti in altre parti del mondo e, trattandosi di un’area ad alta concentrazione di petrolio e gas, influenzano non poco il mercato delle materie prime energetiche.
Concentrandosi appunto sul petrolio, occorre anzitutto dare una dimensione alla questione. Se si guarda al consumo mondiale di energia, il petrolio rimane la prima fonte, con una quota di oltre il 30%. Siamo lontani dalla quota dell’inizio degli anni Settanta, quando l’oro nero viaggiava attorno al 50%, ed è vero che c’è stata nei decenni un’avanzata di altre fonti (comprese le rinnovabili). Ma il petrolio conta ancora molto, d’altronde la torta dei consumi di energia nel tempo si è molto allargata e il circa 30% attuale rappresenta in ogni caso una enorme quantità. Quanto al Medio Oriente, questo subisce una maggiore concorrenza, ma bisogna ricordare che cinque dei dieci maggiori produttori di petrolio appartengono all’area.
Ciò detto, è interessante vedere l’evoluzione del prezzo del petrolio in quest’ultima fase. All’inizio di quest’anno il barile di petrolio Brent era attorno ai 60 dollari USA. Prima del nuovo conflitto tra USA-Israele e Iran, esploso a fine febbraio, era attorno ai 70 dollari. La nuova guerra ha fatto impennare il prezzo, che nelle settimane successive ha superato i 100 dollari, sino a un picco di 126 dollari. È poi cominciata una tendenza a un lento calo e dai circa 110 dollari di metà maggio si è scesi sino ai 70-80 dollari di questi ultimi giorni, con oscillazioni dentro questa fascia a seconda dell’andamento del conflitto. Alle quotazioni di ieri, il greggio era in rialzo di circa il 10% rispetto a un anno prima.
In poco più di quattro mesi si è visto un po’ di tutto. Si può notare però come nei momenti più negativi il prezzo, pur salendo parecchio, non abbia toccato i picchi che molti avevano previsto (indicando 150-200 dollari). E si può notare anche come nei momenti positivi, o meno negativi, la discesa della quotazione sia stata graduale e senza un ritorno ai 60 dollari di inizio anno. Quest’ultimo fatto è ben spiegabile se si pensa alle incertezze che rimangono, fra tregue e riprese degli scontri armati. I mercati continuano a scommettere su un conflitto non troppo lungo o comunque circoscritto, ma è chiaro che ogni volta che la tensione risale il prezzo del petrolio tende ad aumentare.
Per quel che riguarda invece i picchi di prezzo previsti e poi in realtà non raggiunti, occorre considerare tre punti principali. Il primo è che la crescita economica mondiale è in rallentamento; non c’è recessione ma il passo non è veloce e la domanda di petrolio non ha una forte espansione. Il secondo punto è che ci sono Paesi che hanno rinunciato a una parte dell’import di greggio, con riduzioni in emergenza e con l’utilizzo di scorte; ciò è accaduto soprattutto in Asia, la maggior destinazione delle petroliere che passano da Hormuz; la Cina in particolare ha messo mano a una parte delle sue rilevanti scorte.
Il terzo punto è che del petrolio è riuscito comunque ad arrivare dall’area di guerra, anche nei momenti peggiori, con navi che hanno sfidato il blocco o concordato il passaggio, e poi con maggiori flussi negli oleodotti della penisola arabica. I momenti di tregua effettiva hanno fatto il resto. Il quadro resta complicato e non è escluso che ci siano altre altalene per il prezzo del greggio. È possibile che gli eventuali ribassi non siano tali da soddisfare interamente i Paesi importatori, ma è anche possibile che gli eventuali rialzi non raggiungano i livelli stratosferici ipotizzati da molti nei mesi scorsi.


