L'America inquieta il mondo

La storia internazionale non si muove per episodi isolati, ma per traiettorie. E la traiettoria che sta prendendo Washington all’inizio di questo nuovo anno non è soltanto insolita. È inquietante.
Dal 3 gennaio, quando gli Stati Uniti hanno stupito il mondo con l’operazione straordinaria che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, la presidenza Trump è entrata in una fase che non può più essere liquidata come semplicemente anticonvenzionale. Ciò che stiamo osservando è qualcosa di più serio: uno stile di governo frenetico che confonde sempre più spesso il potere con l’impunità, la leadership con lo spettacolo e la forza con l’imprevedibilità.
Basta guardare alla sequenza degli eventi.
A pochi giorni dall’operazione venezuelana, un’innocente madre di 37 anni, con tre figli, è stata uccisa da agenti dell’ICE a Minneapolis. Una tragedia che avrebbe richiesto sobrietà e senso della misura ai massimi livelli dello Stato. Invece la risposta politica si è mossa nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato all’FBI di non indagare su chi ha premuto il grilletto, ma sulla vittima, e il vicepresidente J.D. Vance è arrivato a definirla una terrorista.
Intanto gli accordi petroliferi di Trump con la numero due di Maduro, Delcy Rodríguez, mostrano che al presidente degli Stati Uniti non interessa la democrazia in Venezuela: gli interessa il denaro.
Poi il presidente Trump ha evocato la possibilità di ricorrere all’Insurrection Act del 1807 per schierare l’esercito nelle strade americane, non a difesa delle istituzioni democratiche, ma per «proteggere» gli agenti dell’ICE e affrontare manifestanti in gran parte pacifici. In una democrazia matura, una soglia simile si supera con estrema cautela.
Nel frattempo il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine penale contro la Federal Reserve e il suo presidente, Jerome Powell, su basi che a Wall Street sono considerate una serie di accuse infondate. Gli unici altri Paesi in cui si è assistito a qualcosa di simile sono Zimbabwe, Russia, Ungheria, Argentina e Turchia. È stato un attacco a uno degli ultimi pilastri della credibilità economica americana. I mercati lo sanno bene: quando l’indipendenza della banca centrale viene messa in discussione, aumentano le aspettative di inflazione, si indeboliscono le valute e si erode la fiducia. Nessuno slogan MAGA può abrogare questa legge dell’economia.
Ciò che rende questo momento particolarmente serio è il fatto che la preoccupazione stia crescendo persino all’interno delle file repubblicane. Alcuni senatori, solitamente restii a criticare la propria leadership, hanno espresso disagio per l’attacco alla Federal Reserve e per le straordinarie minacce rivolte contro Groenlandia e Danimarca.
Non a caso, gli alleati europei osservano con crescente inquietudine il modo in cui Trump e Vance hanno messo sotto pressione Danimarca e Groenlandia. Che un gruppo di leader europei senta il bisogno di inviare i propri soldati in Groenlandia per difendersi da minacce provenienti dagli Stati Uniti, anche solo in modo simbolico, è di per sé sconcertante. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha adottato sull’Ucraina un tono che suona come autentica propaganda del Cremlino. Trump sembra più interessato a fare affari con Putin - magari nell’Artico - che a difendere l’idea stessa di un’alleanza atlantica.
C’è poi la gestione delle proteste in Iran: proclami roboanti di solidarietà seguiti dall’assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica o strategica coerente. È la diplomazia del megafono: impressionante per volume, deludente nei risultati.
Sul fronte interno, la riscrittura del passato recente completa il quadro. Sul sito ufficiale della Casa Bianca, l’insurrezione del 6 gennaio non è più presentato come un trauma per la democrazia americana, ma come un episodio di patriottismo. Non è semplice revisionismo: è puro Orwell.
Tutto questo conterebbe molto meno se gli Stati Uniti fossero un Paese come tanti. Ma non lo sono. Allacciate le cinture. Il 2026 si annuncia turbolento: un anno in cui la più grande minaccia alla sicurezza globale potrebbe essere, tristemente, proprio gli Stati Uniti d’America.


