L'aumento dei premi di cassa malati e il verbo deplorare

Asia ha tirato un sospiro di sollievo sentendo che il Consiglio di Stato «deplora» l’ulteriore stangata sui premi di cassa malati annunciata da Berna. Perdinci, che potenza di fuoco a Palazzo. Per la Storia, comunque vadano le cose, potranno sempre dire: noi deplorammo! Il Picca si è spinto più in là affermando che «siamo incazzati». Pure lui potrà sempre dire: noi ci incazzammo! Aspettiamo una parola di incazzatissima deplorazione anche dal nuovo Re Rabadan. La mia amica microinfluencer del lago e content creator - per tutta la settimana con le busecche fuori posto per via delle acque tempestose nelle quali abbiamo navigato con il battellino, costretti a interrompere la fornitura di Barbera fatto col mulo (gli amici di Caprino hanno vivamente deplorato) - si è un po’ rinfrancata sentendo qualche voce di flebile ottimismo spiegare che in fondo siamo sulla buona strada perché l’aumento per il 2026 è inferiore a quello registrato sui premi del 2025. Sarà lo spirito dell’ungarettiana «Allegria di naufragi»: tenere duro e trovare la forza per cambiare in meglio di fronte a una colpa collettiva a livello federale, cantonale, di lobby, di comportamenti degli assicurati su cui in questi giorni s’è già detto tutto. A fine settembre sempre si deplora sapendo che dodici mesi dopo saremo ancora qui con la medesima liturgia. Questa volta c’è la novità che l’annuncio dell’ennesimo salasso coincide con il voto popolare sulle iniziative di Lega e PS. Non ci vuole grande acume per immaginare che larghe fasce di popolazione esasperate potrebbero usare la scheda di voto come un forcone rusticano, giuste o controproducenti che siano le proposte in votazione. Asia non è ancora riuscita a risolvere i suoi dilemmi di elettrice che vorrebbe sì essere razionalmente responsabile ma che è anche stufa delle prefiche che arrivano ogni anno con il rialzo dei premi e zero soluzioni. È la vasta prateria lasciata sguarnita sulla quale crescono i populismi, deplorevoli altrettanto quanto deplorevoli sono le cause politiche che li generano. In ambito federale non è del resto solo sul fallimento della LAMal che c’è da deplorare. Per esempio, Swisscom, azienda con azionista di maggioranza la Confederazione, intende spostare centinaia di posti di lavoro nel settore dell’informatica in Olanda e in Lettonia; la Posta, che è interamente di proprietà pubblica, va invece in Portogallo a creare occupazione mentre continua la sua riorganizzazione in patria; FFS Cargo, altra azienda interamente della Confederazione, sta tagliando con la tattica del salame, in Ticino prima con la chiusura dei terminal di Cadenazzo e di Lugano-Vedeggio e ora con l’ipotizzata soppressione del deposito macchinisti di Chiasso. È accettabile? La strategia di queste aziende pubbliche è stata più volte deplorata anche dalla politica ticinese senza grande successo (fatto salvo lo sciopero alle Officine di Bellinzona che ha mobilitato l’intero cantone), vista l’ambiguità del mandato assegnato alle ex regie: gestirsi con criteri di redditività adeguandosi all’evoluzione del mercato e al tempo stesso garantire un servizio pubblico universale con attenzione verso le diverse regioni del Paese. La scappatoia quindi c’è sempre. La mia amica sostiene che l’inghippo è solo linguistico e sta nella coniugazione del verbo deplorare: io deploro/tu deplori/lui-lei deplora/noi deploriamo/voi deplorate/loro se ne fottono. Vabbè, comunque noi deplorammo, perfino ci incazzammo!


