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Il commento

Le difficoltà della Fed nell’epoca trumpiana

Il presidente statunitense esercita forti pressioni politiche sulla Federal Reserve che è quindi costretta a difendere la sua autonomia contro una sorta di «fuoco amico»
Lino Terlizzi
31.08.2026 06:00

Guidare una banca centrale non è mai facile, tanto più se si tratta di quella del Paese che ha la maggiore economia mondiale, gli Stati Uniti. Ma per Kevin Warsh, numero uno della Federal Reserve (Fed) americana, il compito ora è ancora più difficile. Sia perché le tensioni geopolitiche rendono più complicata la situazione economica internazionale, con riflessi anche sugli USA, sia perché il presidente statunitense Trump esercita forti pressioni politiche sulla Fed, che è quindi costretta a difendere la sua autonomia contro una sorta di «fuoco amico», come è già accaduto anche con il predecessore di Warsh, Jerome Powell.

Nei giorni scorsi nell’atteso summit annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole, negli USA, Warsh ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte; ha ammesso che l’inflazione americana è preoccupante, ma non ha preso impegni chiari sui tassi di interesse, anche perché, ha detto, l’economia statunitense mostra notevole resilienza. Per capire perché si è trattato di un discorso diplomatico occorre appunto riagganciarsi alla linea di Trump. Quest’ultimo voleva e vuole tassi bassi per sostenere la crescita economica USA e dollaro debole per facilitare l’export americano. Ma questa linea fa a pugni con il problema dell’inflazione, che negli Stati Uniti è più alta che altrove, alimentata anche dai dazi di Trump; le banche centrali devono agire per limitare l’inflazione, la Fed non dovrebbe quindi tagliare i tassi, dovrebbe anzi alzarli se il rincaro non si fermasse.

L’economia americana cresce attorno al 2% annuo, dunque più che in molti altri Paesi sviluppati, ma è anch’essa in rallentamento, risente sia del quadro internazionale sia delle mosse di Trump. Un taglio dei tassi potrebbe aiutare la crescita, ma non contrasterebbe l’inflazione, che erode il potere d’acquisto e pesa su redditi e consumi. L’obiettivo della Fed e di altre banche centrali è un’inflazione del 2% in media annua, ma il rincaro negli USA è da oltre cinque anni sopra questa soglia e in luglio di quest’anno è stato del 3,4% (indice CPI). La priorità è il sostegno ad una crescita economica che comunque non è ai minimi oppure la lotta a un’inflazione che resta alta? Come banca centrale, al netto delle indebite pressioni di Trump, la risposta dovrebbe essere chiaramente la seconda.

Warsh, che è approdato lo scorso maggio alla Fed, a Jackson Hole ha lasciato la porta aperta a eventuali rialzi dei tassi. Ma sin qui si è limitato semplicemente a non toccarli; è già qualcosa, considerando il pressing di Trump a favore di tagli, ma il problema inflazione rimane. Nello scenario americano c’è peraltro un altro punto sempre più rilevante, quello di un debito pubblico che continua a crescere; secondo le stime del Fondo monetario internazionale quest’anno sarà al 125% del Prodotto interno lordo USA. Trump pare non preoccuparsene, ma la Fed ha bene in mente cosa questo significhi in termini di interessi da pagare da parte dello Stato e di rapporti con gli investitori.

Il presidente della Fed con ogni probabilità è cauto anche perché può ben prevedere l’effetto di tassi più alti sugli oneri del debito pubblico americano. Ma il punto è che i tassi di mercato hanno già subito rialzi, perché anche gli investitori vedono la montagna del debito e quindi hanno cominciato a operare su acquisti e vendite di titoli pubblici USA, in modo da tendere ad avere tassi di interesse più alti, a fronte del maggior grado di rischio dei conti pubblici statunitensi. C’è dunque il pericolo che, anche rinunciando ad alzare i tassi di riferimento della Fed contro l’inflazione, i tassi sul versante del mercato tendano al rialzo. La questione si dovrebbe affrontare riducendo l’indebitamento e facendo abbassare il grado di rischio, non annullando la lotta all’inflazione. Quanto al dollaro, tassi di riferimento non bassi lo renderebbero un po’ più forte, o meno debole, il che andrebbe bene per contrastare il rincaro. È d’altronde assai incerto, per il lungo periodo, che una strategia della moneta debole davvero rilanci l’export. Vedremo se la Fed riuscirà a resistere alle sbagliate pressioni trumpiane e ad agire tenendo come priorità i fondamentali.