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Visti da Davos

Le luci, le ombre

Il consueto gioco che è tipico di questi incontri mondiali, questa volta ha assunto un carattere molto marcato, con alcune luci visibili ma anche con un gran numero di ombre pesanti
Lino Terlizzi
24.01.2026 06:00

L’edizione 2026 del World Economic Forum di Davos ha avuto due binari diversi. Da una parte la comparsa di alcuni spiragli sul versante della geopolitica. Dall’altra il permanere comunque di distanze stellari tra i protagonisti della politica internazionale. Il consueto gioco di luci e ombre, che è tipico di questi incontri mondiali, questa volta ha assunto un carattere molto marcato, con alcune luci visibili ma anche con un gran numero di ombre pesanti. È stato positivo che il presidente USA Trump, che ha occupato larga parte della scena, non abbia acceso un’ulteriore miccia sulla questione dell’acquisto della Groenlandia, rimandando a negoziati e fermando i dazi contro i Paesi che si oppongono all’operazione. Tuttavia, la posizione di fondo degli USA non è cambiata e i dazi, arma sia economica sia politica, come si sa con Trump restano sempre purtroppo una possibilità.

La cerimonia voluta da Trump per la costituzione del Board of Piece ha segnato l’apertura di uno spiraglio per Gaza e per altre aree di conflitto, però non si può nascondere che le prospettive concrete di questo organismo sono tutte da verificare e che la gran parte dei Paesi occidentali non ne fa parte. L’incontro fra Trump e il leader ucraino Zelensky è stato uno spiraglio, c’è la speranza che ci sia qualche varco per la fine della guerra in Ucraina causata dall’invasione russa, ma a Davos non si è andati oltre, bisogna dirlo. Zelensky nel suo discorso al Forum se l’è poi presa soprattutto con l’Europa e ciò ha diviso i partecipanti, una parte ha condiviso e un’altra parte ha invece ricordato che proprio l’Europa è stata ed è un pilastro per il sostegno all’Ucraina.

Se da un lato Trump a Davos nei fatti non ha accentuato la pressione, dall’altro nel suo discorso ha attaccato duramente molti, in particolare gli alleati occidentali e soprattutto gli europei. La sua esaltazione unilaterale della politica di potenza statunitense e dell’economia americana (utilizzando su questa anche dati sbagliati) ha raggiunto al Forum livelli elevati. Tra i bersagli anche la Svizzera, che ha dovuto subire per bocca di Trump una ricostruzione della vicenda dei dazi tutta a favore dello stesso Trump e tutta contro la parte elvetica, manco a dirlo, con dileggio per la consigliera federale Karin Keller-Sutter. Tra i vari attacchi diretti verso mezzo mondo, quelli alla Svizzera non sono stati secondari. E questa è un’altra ombra.

Note più interessanti (luci) sono venute da alcuni leader politici occidentali non allineati a Trump. Tra questi, il canadese Mark Carney, il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, che si sono schierati chiaramente contro le politiche di potenza. Queste e altre voci hanno inoltre ricordato la necessità di combattere il protezionismo e di difendere il libero scambio. Dai dibattiti del Forum è uscita in sostanza una conferma della resilienza attuale della gran parte delle economie, nonostante il pesante quadro geopolitico. Questa della resilienza è una delle buone notizie. Ma è stato anche ricordato da molti che bisognerebbe tornare a crescere in modo maggiore. Le economie hanno rallentato e ora tengono, ma ci vuole di più. Un minor fardello geopolitico contribuirebbe a ritmi di crescita superiori. Il peso della geopolitica si è visto anche a Davos. 

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