Le superpotenze e Hormuz

Il blocco americano dello stretto di Hormuz non è solo un passo per costringere Teheran ad accettare le condizioni americane nei negoziati iniziati sabato scorso a Islamabad, ma è anche (e forse soprattutto) una mossa contro la Cina. Infatti ultimamente gli iraniani lasciavano passare attraverso lo stretto solo le navi cinesi cariche di petrolio più alcune dirette verso l’India e il Pakistan. Allora per far sì che il messaggio fosse chiaramente capito da Pechino, Donald Trump ha rincarato la dose e ha minacciato di imporre dazi del 50% contro le esportazioni cinesi, se la Cina avesse continuato a rifornire di armi l’Iran.
La risposta della Cina è stata come sempre molto prudente: ha invocato che lo stretto di Hormuz fosse riaperto per il bene del commercio internazionale. In ogni caso la guerra nel Golfo Persico entra a pieno titolo in quella che papa Francesco ha chiamato «la terza guerra mondiale a pezzi». Infatti il conflitto tra le due superpotenze non si gioca più e tanto sulle armi, ma sul controllo delle materie prime essenziali per l’economia dei due Paesi. Donald Trump l’ha capito quando dopo l’introduzione dei dazi il 2 aprile dell’anno scorso Pechino ha risposto non solo aumentando i dazi contro le esportazioni americane, ma anche bloccando l’export delle terre rare (di cui la Cina è il maggiore produttore), che servono non solo alla fabbricazione dei semiconduttori, ma anche di tutti i prodotti che oggi hanno bisogno dei chip. Di fronte alla minaccia di un arresto di gran parte della produzione statunitense, Donald Trump ha trovato un’intesa con Xi Jinping in un vertice in Corea del Sud. Ma da allora il presidente americano ha dato all’amministrazione l’ordine di acquisire una minaccia altrettanto forte contro Pechino. Washington si è quindi messa ad acquistare partecipazioni azionarie in società minerarie e soprattutto ha capito che il petrolio poteva essere la migliore carta da giocare contro Pechino. Da qui l’attacco al Venezuela fatto per bloccare l’export del greggio verso la Cina e non (come era stato invece proclamato) per combattere il narcotraffico, di cui oggi non si parla più.
Anche l’avventura iraniana rientra in questa strategia non solo per bloccare le esportazioni iraniane verso la Cina, ma anche per rafforzare il controllo sulle petromonarchie arabe con l’obiettivo di costringerle a ridurre l’export verso Pechino. Infatti un terzo delle importazioni cinesi di petrolio e il 25% del gas provengono dal Golfo Persico. La missione di strozzare questi approvvigionamenti cinesi sembra fallita. Ma Pechino non può gridare vittoria. Infatti non sta uscendo indenne da questa crisi del petrolio, nonostante abbia costituito negli ultimi anni riserve petrolifere sufficienti per oltre sei mesi. Pur non avendo finora intaccato queste riserve si ritrova a corto di urea, che serve per i fertilizzanti, di zolfo, di metanolo e di polietilene e inoltre con un aumento dei prezzi che paradossalmente potrebbe servire al Paese di Mezzo per uscire dalla crisi deflazionistica in cui versa da alcuni anni. Ma per tornare alla tela di fondo su cui si gioca il confronto tra le due superpotenze, basti ricordare che Donald Trump (talmente sicuro di poter concludere la guerra contro l’Iran in cinque giorni come gli aveva assicurato l’amico israeliano Bibi Netanyahu) sperava di poter mantenere la data del vertice con Xi del 31 marzo (ora rinviata a metà maggio) per poter negoziare da posizione di forza uno scambio tra terre rare e petrolio. Oggi questo non sembra più possibile, anche se resta molto probabile che i negoziati con l’Iran si concludano con un accordo che riesca a scongiurare una crisi economica mondiale.


