Leo, addio con stile

Si sono divisi per oltre un decennio il palcoscenico del calcio mondiale: un Pallone d’Oro a te, un Pallone d’Oro a me; hanno dato vita ad un duopolio nella seconda decade degli anni 2000 che rimarrà per sempre nella storia del calcio: Leo Messi di qua, otto Palloni d’Oro, e Cristiano Ronaldo di là, cinque trofei messi in bacheca. Sul piano tecnico, inutile disquisire su chi sia stato il migliore: ognuno avrà un’opinione e niente potrà fargliela cambiare.
Messi e CR7 nel corso della loro carriera si sono rincorsi, hanno incrociato i loro destini, sono giunti al capolinea su sponde opposte, vivendo la loro pensione dorata uno in America, l’altro in Arabia Saudita, ma era difficile ipotizzare che anche nel momento di lasciare la propria selezione nazionale i due si sarebbero ritrovati insieme sotto i riflettori, con un finale degno di un romanzo. Da una parte la classe e l’eleganza del campione argentino, consapevole che ad un certo punto l’anagrafe e il fisico ti presentano il conto, consigliandoti di farti da parte. Messi esce di scena di propria sponte tra gli applausi, in un clima da festa popolare che commuove non solo gli argentini, ma tutti coloro che amano il calcio e ricordano le sue prodezze. Dall’altra l’incredibile narcisismo e l’ego smisurato di CR7, che a 41 anni si ritiene ancora indispensabile e non accetta la decisione del ct di non mandarlo in campo, dando vita alla sceneggiata che ha fatto il giro del mondo, rendendolo ridicolo agli occhi della maggioranza degli appassionati.
Due campioni, altrettanti caratteri, filosofie diverse di affrontare la vita. Messi ha vinto tutto, compreso un titolo mondiale, ed è consapevole che dopo il calcio c’è ancora un domani. CR7 ha vinto molto, giocava nel Portogallo, non nell’Argentina, coi lusitani ha vinto un titolo europeo dalla panchina, uscendo infortunato nella finale dopo 25 minuti, e sembra prigioniero di un ruolo al quale non sa trovare alternative. Da una parte è irritante, dall’altra fa tenerezza. In questa parte finale della carriera, entrambi giocano camminando, in un contesto calcistico che va sempre più veloce e punta decisamente sul fattore atletico. Messi però è più incisivo di Ronaldo, più consapevole del suo declino fisico, che gli impone di inventarsi altri mezzi per esprimersi in campo. Ha rafforzato la propria visione di gioco, cerca gli spazi, si mette al servizio dei compagni, gioisce quasi più per un assist che per un gol proprio. Come ha scritto Luigi Garlando nella sua «Sveglia» sulla Gazzetta dello Sport, Messi «ci ha insegnato che il calcio del pressing feroce, degli esterni che sfrecciano come TGV, si può attraversare anche camminando, come fa lui, ruotando la testa come un faro, alla ricerca di corridoi invisibili».
Ronaldo per contro è ancora una volta vittima del suo narcisismo e del suo irrefrenabile io: si muove prevalentemente sul fronte della linea d’attacco, chiede e aspetta il pallone dai compagni, cerca e ormai non trova più la profondità, si sente realizzato unicamente quando può segnare. Però è sempre in grado di alimentare le speculazioni della stampa: quando, dopo i Mondiali, la federazione lusitana annunciò il nome di Jorge Jesus come nuovo ct del Portogallo, tutti a sostenere che era una scelta di Ronaldo, il quale l’aveva avuto come tecnico nel campionato saudita e si sarebbe così assicurato il posto in squadra. Abbiamo visto com’è finita e quale figura abbia rimediato Jesus: dapprima allenatore coraggioso se non temerario; poi pavido protagonista di un indecoroso inseguimento fino all’aeroporto, pur di convincere CR7 a tornare sui propri passi. Una caduta di stile clamorosa, non meno di quella del suo pupillo.


