L’euforia «artificiale» dell’economia americana

L’economia statunitense sta superando in modo egregio le turbolenze politiche interne e le conseguenze della guerra contro l’Iran. A stupire è soprattutto il fatto che i principali indici azionari hanno continuato a stabilire nuovi massimi storici e che il conflitto in Medio Oriente non abbia provocato uno scossone sui mercati simile a quello del 2 aprile dell’anno scorso all’annuncio di Donald Trump dei dazi imposti a mezzo mondo. Questa reazione completamente diversa merita qualche riflessione. La spiegazione che va per la maggiore è che questo ottimo risultato non deve sorprendere troppo, poiché i dati economici sono positivi e perché l’aumento d’interesse è stato relativamente contenuto a tal punto da non essere visto male da Wall Street anche poiché è stato più che compensato da un forte aumento degli utili delle società. Alle borse sembra basti uno scenario in cui l’aumento del prezzo del petrolio non provochi una recessione e i rendimenti obbligazionari restino sotto controllo. Inoltre occorre sottolineare che gli indici borsistici sono trainati al rialzo dalle azioni delle società legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA), mentre l’andamento degli altri titoli è stagnante. Negli Stati Uniti l’IA non è più solo una discussione che vede impegnati scienziati e intellettuali preoccupati degli effetti sulle nostre società e sulla nostra popolazione di questa innovazione, ma è diventata una sfida tecnologica da affrontare per creare una «infrastruttura industriale globale». Per raggiungere questo obiettivo occorrono colossali investimenti nella costruzione di enormi e molto costosi «centri dati». Gli investimenti in questi «hyperscalers» (così vengono chiamati questi centri dati) sono tali che già oggi le società IA si sono impegnate per 2.000 miliardi di dollari ossia a livelli superiori ai loro utili. Quindi l’euforia del mercato si sta spostando verso i costruttori di questi centri che inoltre non devono contabilizzare investimenti già sottoscritti dalle società IA che resteranno senza utili da distribuire e soprattutto avranno maggiori difficoltà nel ricorso a eventuali aumenti di capitale. Questo è quanto ci raccontano gli analisti finanziari.
Ma non è tutto oro quello che luccica. In realtà oggi abbiamo visto all’opera il cartello della grande finanza mondiale (fondi sovrani, grandi fondi di investimento, banche d’investimento, Hedge Funds e pezzi della rete delle banche centrali). L’obiettivo è evitare una crisi di azioni e di obbligazioni simile a quella successiva all’annuncio dei dazi da parte di Trump. Questi interventi di «pronto soccorso» reggono fino a quando la crisi iraniana li potrebbe far crollare simultaneamente. Infatti il dollaro stabile è il frutto del rialzo del petrolio che si paga in dollari; i tassi di interesse in lieve aumento voluti per diminuire il peso del debito federale e stimolare gli investimenti non reggeranno l’aumento dell’inflazione; il debito federale fuori controllo costringerà la Banca centrale americana a iniettare ancora più liquidità nel sistema e a continuare ad aumentare gli acquisti di titoli di un debito statunitense fuori controllo. Questi motivi spiegano la riluttanza di Trump di spingere verso una nuova escalation del conflitto. Ma tutto ciò non può oscurare il fatto che la fine della guerra accelererà la diminuzione del peso del dollaro e favorirà i mercati asiatici con una Cina vincente su tutti i fronti.


