L'export e il franco

Le esportazioni svizzere sono aumentate anche nel 2024, dando ancora una volta il loro buon contributo alla crescita economica elvetica. La tendenza all’incremento dell’export rossocrociato d’altronde ha conosciuto negli anni pochissime interruzioni. Dal 2000, per rimanere agli ultimi decenni, il segno annuo negativo si è visto solo cinque volte, mentre per venti volte il segno è stato positivo. Tutto questo è accaduto in un quadro in cui il franco svizzero ha manifestato progressivamente tutta la sua forza. Una moneta molto forte crea ostacoli in più alle esportazioni, perché beni e servizi di fatto sono più cari per gli acquirenti esteri. Ciò nonostante, l’export svizzero non ha smesso di crescere. Una riflessione su questo versante è oggi ancor più opportuna.
Cominciamo dalle cifre. Le esportazioni elvetiche – al netto di pietre e metalli preziosi, di arte e antichità – erano pari a 126 miliardi di franchi nel 2000. Nel 2024 sono state pari a 282 miliardi. La crescita è stata graduale ma, appunto, quasi ininterrotta. Di volta in volta ci sono stati settori che sono andati meglio e altri che sono andati meno bene, ma il risultato complessivo è stato molto buono ed ha permesso tra l’altro di mantenere un saldo commerciale positivo, l’export è rimasto cioè più alto dell’import. Il franco, dal canto suo, è stato protagonista di una ascesa che pure ha avuto poche interruzioni. Ad inizio 2000 per 1 franco ci volevano circa 0,62 euro, ora ce ne vogliono circa 1,06; per quel che riguarda la valuta USA, quando il 2000 è cominciato per 1 franco ci volevano circa 0,60 dollari, ora ce ne vogliono circa 1,11. Dietro la forza del franco ci sono soprattutto la stabilità e il buon funzionamento del sistema Svizzera, la sua buona crescita economica media, la robustezza dei suoi scambi commerciali, i suoi conti pubblici in ordine.
Torniamo alle esportazioni. Se nonostante l’ascesa della moneta l’export elvetico è rimasto forte, è giusto porsi la domanda sulle ragioni di ciò. Le risposte più gettonate, dotate di un buon fondo di verità, sono due: la qualità dei beni e dei servizi elvetici; la capacità di adattamento delle imprese svizzere. Molti dei prodotti rossocrociati sono ad alto valore aggiunto e questo li rende meno sensibili al fattore valutario, perché molti clienti spesso sono disposti anche a pagare di più pur di averli. Una gran parte di aziende elvetiche d’altro canto ha mostrato abilità nell’adattarsi nelle varie fasi, in molti casi diversificando sia i prodotti (con una prevalenza sempre di quelli di qualità) sia i mercati (vendere in più aree economiche consente di bilanciare meglio le oscillazioni dei singoli Paesi).
Per una parte degli esperti occorre aggiungere una terza ragione: la Banca nazionale svizzera ha frenato il franco, dando respiro all’export. E qui entriamo in un campo che si presta a distinzioni. La BNS ha trattenuto il franco, dando più tempo alle imprese per adattarsi, questo è vero. D’altro canto, come visto il franco non si è fermato, ci sono stati solo alcuni rallentamenti. Gli strumenti usati dalla BNS sono stati i maxi acquisti di valute estere e i tassi di interesse negativi. I primi hanno portato il bilancio della Banca nazionale a dimensioni molto grandi, tali da suscitare interrogativi sul rischio. I secondi hanno in parte penalizzato risparmiatori, investitori, settore bancario-finanziario. Poi è intervenuta la battaglia contro l’inflazione, ma in precedenza la BNS è stata a lungo in terre incognite. Prima di fare altri grandi acquisti di valute e prima di tornare a tassi negativi, la BNS dovrebbe pensarci non una ma cento volte. Il franco è ormai già molto cresciuto, l’export svizzero ha mostrato la sua capacità di tenuta. Tornare a prolungate misure BNS di carattere straordinario potrebbe essere un errore non secondario.


