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Linea dazi, grandi rischi

Per decenni al WEF si è discusso di come sviluppare al meglio il libero scambio e dunque di come ridurre sempre più dazi e barriere: ora discute di come almeno limitare l’espansione dei dazi e del protezionismo e di come evitare che il libero scambio alla fine venga messo ai margini
Lino Terlizzi
21.01.2026 06:00

Per decenni al World Economic Forum si è discusso di come sviluppare al meglio il libero scambio e dunque di come ridurre sempre più dazi e barriere. Ora al WEF si discute di come almeno limitare l’espansione dei dazi e del protezionismo e di come evitare che il libero scambio alla fine venga messo ai margini. Il rovesciamento è evidente e riflette il cambiamento del quadro mondiale, dentro il quale vi è una risalita del protezionismo dovuta largamente alla linea del presidente USA Trump.  Se la globalizzazione economica basata sullo sviluppo del libero scambio ha dato vantaggi e svantaggi, con una prevalenza dei primi se si guarda a dati e fatti, un mondo percorso dalla limitazione dell’apertura economica e dall’ampliamento delle barriere presenta invece grandi rischi, destinati a tradursi nel tempo in una realtà negativa, con crescita economica frenata e minore diffusione del benessere.

I dazi, branditi da Trump sia come arma politica sia come strumento economico, nel medio e lungo periodo non saranno una via di rafforzamento per l’economia americana. Se questa continuerà a essere il maggior motore economico, sarà soprattutto grazie alle sue grandi dimensioni e alla sua capacità di innovazione in molti settori, a partire da quello decisivo delle tecnologie. Senza i dazi, la forza USA sarebbe maggiore. Il protezionismo danneggia chi lo utilizza su larga scala, in questo caso gli Stati Uniti, ma evidentemente colpisce i Paesi che lo subiscono, i quali sono costretti a difendersi o ponendo barriere a loro volta o accordandosi per limitare i dazi, oppure tutte e due le cose. In ogni modo, import ed export vengono modificati e il rallentamento degli scambi mondiali al termine danneggia tutti.

Ieri nella gran parte degli interventi dei leader qui a Davos erano presenti passaggi da un lato sulle acute tensioni geopolitiche e dall’altro a favore del libero scambio. Ciò suona come un’ulteriore conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della centralità di entrambi i versanti. Accanto ad altre considerazioni, il presidente della Confederazione Guy Parmelin, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente francese Emmanuel Macron e altri ancora hanno ribadito la necessità di mantenere e sviluppare il libero scambio. I dazi che Trump ha minacciato contro i Paesi che si sono schierati con la Danimarca, in opposizione all’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, sono certo un punto di forte contrasto, politico ed economico. Ma, pur essendo giusto respingere questi altri dazi, bisogna sempre ricordare che esistono già molti dazi USA contro l’Europa, Svizzera inclusa, e altre parti del mondo. Il fatto che ci siano stati accordi con Washington per limitare i primi dazi non toglie comunque l’effetto reale negativo delle molte tariffe già entrate in vigore.

Le ultime analisi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, entrambe pubblicate questo mese, indicano la resilienza, per certi aspetti anche superiore alle attese, di gran parte delle economie, nonostante il pesante quadro internazionale. Si tratta di un fatto positivo, tuttavia occorre non dimenticare che la resilienza, in sé appunto buona, comporta comunque rimanere più o meno agli stessi livelli di crescita economica. È già un buon risultato in una fase come questa, ma in prospettiva occorre di più e per tornare ad avere una crescita robusta bisognerebbe anche avere spiragli consistenti nella geopolitica e nel libero scambio. Sarebbe bello vedere qualche spiraglio proprio qui a Davos, ma i problemi sono tanti e le certezze sono poche.

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