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Il commento

L’Italia ha mancato un altro Mondiale e no, non è un pesce d’aprile

Mentre è già partita la caccia al colpevole e alla testa da consegnare al popolo in rivolta, la domanda è solo una: possibile che questa squadra non sappia superare un ostacolo normale come la Bosnia?
Marcello Pelizzari
01.04.2026 09:00

Più che magiche, le notti dell’Italia da anni sono tragiche. Sportivamente parlando, s’intende. E quella di Zenica, al cospetto di una Bosnia tecnicamente preparata e determinata il giusto, non fa eccezione. L’ennesima eliminazione dai Mondiali lascia addosso, forse, una sensazione diversa rispetto agli spareggi precedenti, contro Svezia e Macedonia del Nord. Ma non meno dolorosa. Se, per intenderci, in passato avevamo «ammirato» una squadra contratta nei momenti clou, quelli da dentro o fuori, a questo giro l’impegno non è mancato.

Gli Azzurri, insomma, hanno dato tutto quello che avevano in corpo. Commettendo, certo, anche errori. Tecnici e tattici. L’impegno, tuttavia, non è bastato. E il verdetto del campo, una volta di più, è stato spietato: quel tutto, oggi, non basta più.

Si fa un gran parlare, in queste ore, del declino del calcio italiano, dei vivai che non producono più talento e talenti, di un movimento povero e impoverito. Verità innegabili, oggettive. Ma che rischiano di diventare un paravento dietro cui nascondersi. Anche perché, con tutto il rispetto dovuto, l’impoverimento tecnico può spiegare al massimo la sconfitta contro la grande di turno, non l’assenza dal palcoscenico più importante di tutti – cui accedono anche nazionali europee non proprio attrezzatissime – per tre edizioni filate. Non giustifica, per intenderci, la costante delusione contro nazionali di fascia inferiore, al netto di un ranking FIFA rivedibile.

Attenzione. Il blasone dell’Italia, due Europei e quattro Mondiali in bacheca, non è un diritto acquisito. Perdere contro la Bosnia della situazione, però, è il segno che il problema non è solo nel cosiddetto modello, nella struttura, nel portafoglio. Sta, anche, nella testa dei giocatori, all’interno del rettangolo verde. 

In queste ore, a caldo se non a caldissimo, il tifoso sta chiedendo a gran voce la testa di Gravina, presidente federale, e un cambio di rotta deciso. Riforme e massimi sistemi. Come dopo ogni fiasco. Tutto giusto. Tutto legittimo. Ma le scrivanie, per quanto scricchiolanti, non giocano le partite. L’Italia ha smesso di parlare la lingua dei grandi e non può essere soltanto colpa della Federazione, dei club che schifano la nazionale, dei Totti che non nascono più. La frattura, da tempo, è più nella testa che nelle gambe. Indossare la maglia azzurra è diventato un peso. Psicologico, in primis, e poi rispetto al datore di lavoro e cioè i citati club. La sicurezza, a volte sicumera, che storicamente ha sempre permesso all’Italia di sfangarla in contesti come Zenica, è sparita. Evaporata. Persa in un’altra notte tragica. L’Italia ha mancato un altro Mondiale. E no, non è un pesce d’aprile.