Livragare e protestare

Non siamo mai stati così bene come in quest’inizio d’ottobre navigando tranquillamente con il battellino nel golfo di Lugano con clima ancora estivo ma senza il gran traffico di imbarcazioni di gente locale e turisti, pronti a farti l’onda cafona. Io e Asia ne abbiamo approfittato per bei conversari sulle sorti della Svizzera, passando in rassegna quanto prodotto in interviste, opinioni, proclami perentori e slogan sbiaditi dall’esercito di candidat* ticinesi che corrono per otto seggi al Consiglio nazionale e due per il Consiglio degli Stati. La mia amica microinfluencer del lago e «content creator», con il suo buonismo peloso radical-chic, ha già voluto postare un videomessaggio in cui ringrazia in anticipo quei 257 candidat* che saranno di sicuro trombat* per mancanza di cadreghe, martiri della vitalità democratica.
Per qualcuno sarà magari un sollievo, per altri una battaglia ideale in ogni caso vinta perché l’importante è partecipare, per altri ancora un dramma esistenziale, perché son tutte balle che l’importante è partecipare, tanto più per chi, in corsa per il Nazionale, vivrà l’infamia della livragazione (o rigatura). Asia, in questi giorni un po’ distratta essendo impegnata a respingere le richieste di un giovane web journalist che muore dalla voglia di incontrarla, m’ha chiesto di rispiegarle l’origine del curioso termine perché non ricorda più quanto le avevo già detto quattro anni fa e vorrebbe farne una TikTok story. Mah. Comunque, l’origine del verbo livragare, rimasto in uso solo nell’italiano regionale ticinese, è legata al nome di Dario Livraghi che nel 1891, nella sua qualità di tenente dei carabinieri in Eritrea allora colonia italiana, fu arrestato con l’accusa d’aver fatto trucidare oltre ottocento guerrieri abissini al soldo dell’Italia perché sospettati di voler disertare. Livraghi, che ammise lo sterminio ma affermando di aver eseguito degli ordini, sfuggì al processo scappando in Svizzera. I termini livragare e livragazione vennero usati in Italia fino agli anni Venti del Novecento con il significato di uccidere sommariamente, accanirsi senza motivo contro qualcuno, liquidare.
Ecco, appunto, la malvagità del termine rimasto in uso solo nel linguaggio elettorale ticinese: rigare sulla scheda i nomi sgraditi è molto peggio che non votarli. Esprime un disprezzo esercitato attivamente, come quello che gli amici di Caprino ai quali porto il Barbera fatto col mulo provano verso l’intera classe politica nazionale incapace di gestire il tema sanitario. Oggi dovrò traghettarli verso il parco Ciani dove si svolge il pentathlon del boscaiolo, che fa inorridire la mia amica la quale nel cuore della città vorrebbe solo cultura, fighettismo sociale, apericena, bitcoin, aria di futuro, parvenza di riccanza e nuova umanità, non attività adatte alla Valcolla, dice lei. Per gli amici caprinesi la sosta al parco Ciani è del resto solo un pretesto: vogliono impossessarsi degli strumenti del boscaiolo, ritenuti iconograficamente più performanti dei forconi, per poi andare a Bellinzona alla manifestazione contro l’ennesima stangata delle casse malati. Se ne fregano di andare a una manifestazione della sinistra anche se non sono dei sinistri e non amano la demagogia di piazza. Ma quando è troppo è troppo. Persino Asia s’è ora convinta che, purtroppo, solo con il gentile sconcerto derosiano non si va lontano. Si resta cornuti e mazziati.


