Lo Stato promette, il conto arriva

Cinque settimane di ferie pagate, una settimana lavorativa legale di 35 ore, sanità largamente finanziata dalla collettività, università a costi contenuti, importanti prestazioni sociali e pensionamento relativamente precoce (intorno ai 62 anni). Non è un’utopia, è la Francia, uno dei Paesi con lo Stato sociale più esteso al mondo. Eppure, le proteste si susseguono, le riforme incontrano resistenze durissime e il malcontento non sembra esaurirsi. La domanda, forse provocatoria, è inevitabile: che cosa ci si aspetta ancora dallo Stato? E soprattutto, chi paga? Nel 2025 la spesa pubblica francese ha raggiunto il 57,3% del PIL. In Svezia, certamente non un Paese liberista, si aggira attorno al 50%, mentre nella Cina comunista è del 33%, seppure con sistemi difficilmente confrontabili. Il debito pubblico continua a crescere e nel 2026 la spesa prevista per gli interessi supera persino gli stanziamenti destinati alla difesa. I conti pubblici sono in deficit da oltre cinquant’anni. Non è un incidente passeggero, ma uno squilibrio strutturale. Nonostante tutto, riformare resta difficilissimo. Basti pensare alle pensioni: il tentativo di innalzare progressivamente l’età legale a 64 anni, in una società in cui si vive sempre più a lungo, ha incontrato opposizioni tali da condurre alla sospensione della riforma. Si rinvia così il confronto fra ciò che si desidera e ciò che è sostenibile. Gli effetti si vedono anche nei servizi. Nel 2025 la spesa complessiva per l’istruzione ha raggiunto 199 miliardi di euro. Eppure, studenti e docenti denunciano carenze di personale ed edifici inadeguati. Nel progetto di bilancio 2027, circa un terzo degli stanziamenti del Ministero dell’istruzione è contabilmente destinato ai contributi per le pensioni dei funzionari. Le promesse fatte in passato riducono i margini di manovra per le necessità di oggi. Sia chiaro: molti problemi denunciati dai cittadini sono reali e manifestare pacificamente è un diritto fondamentale. Ma qui sta il paradosso: se spendere più della metà della ricchezza nazionale non basta a garantire servizi soddisfacenti, perché dovremmo credere che la risposta sia sempre spendere ancora di più? È anche una questione di aspettative. Ci siamo abituati a immaginare, e stiamo facendo credere anche alle giovani generazioni, che a ogni necessità corrisponda una nuova prestazione pubblica, a ogni richiesta un nuovo stanziamento e che nulla di quanto concesso possa essere messo in discussione. Ma le risorse non sono infinite. Ogni spesa va finanziata con entrate o debito. E il debito, quando serve a finanziare le spese correnti, crea l’illusione di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità. Lasciando però il conto a chi verrà dopo. La lezione non è che lo Stato sociale debba essere smantellato. Al contrario: per preservarlo occorre il coraggio di stabilire priorità, valutare i risultati e correggere ciò che non funziona. Spendere molto non equivale a spendere bene. E promettere tutto può finire per indebolire proprio i servizi che si vogliono proteggere. È una riflessione che riguarda anche la Svizzera e, da vicino, il Ticino. Il rigore nelle finanze pubbliche non è un feticcio contabile: è la condizione per garantire solidarietà e opportunità anche domani. Perché il problema non è soltanto quante risorse abbiamo a disposizione, ma la capacità della politica di riconoscere che non tutto può essere sempre prioritario.
Alex Farinelli, consigliere nazionale PLR

