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Il commento

L'oro e le banche centrali

La tendenza all’aumento delle riserve di oro in molte banche centrali si sta confermando e si presta dunque ad alcune considerazioni di fondo
Lino Terlizzi
26.06.2026 10:21

La tendenza all’aumento delle riserve di oro in molte banche centrali si sta confermando e si presta dunque ad alcune considerazioni di fondo. Dopo gli incrementi degli ultimi anni, una parte non piccola degli istituti centrali sembra ora ancora disposta ad acquisti. Solo alcune banche centrali hanno in tempi recenti alleggerito le loro posizioni in oro, per reperire risorse di cui evidentemente avevano bisogno. Nella gran parte dei casi la quantità di lingotti è stata mantenuta o ampliata. Secondo l’edizione 2026 del sondaggio del World Gold Council, condotto tra febbraio e maggio e pubblicato nei giorni scorsi, il 45% degli istituti centrali prevedeva maggiori riserve auree nei successivi dodici mesi.

L’andamento attuale del prezzo dell’oro spiega solo una parte del discorso. Toccato il picco a oltre 5.500 dollari l’oncia all’inizio di quest’anno, dopo una lunga cavalcata, il metallo giallo ha poi cominciato a scendere e ora danza attorno ai 4 mila dollari. La discesa è stata netta, ma in rapporto a un anno fa il rialzo dell’oro è ancora di circa il 20%. Il fatto che il lingotto sia adesso ben sotto i massimi, dunque meno caro, può favorire le intenzioni di acquisto, ma per tradurre queste in atti concreti bisogna anche credere che nel lungo periodo la tendenza del metallo giallo resti al rialzo e ritenere che questo storico bene rifugio rimanga un’alternativa valida rispetto ad altre. Per un investitore la questione può anche rimanere dentro il perimetro del prezzo. Per una banca centrale il prezzo di acquisto o di vendita non è indifferente, ma è solo uno dei tasselli.

La Federal Reserve americana, la Banca centrale europea, la Banca nazionale svizzera, tanti altri istituti centrali, di Paesi sviluppati come di Paesi emergenti, governano le rispettive monete, guardano alla stabilità dei prezzi e in alcuni casi anche ad altri aspetti dell’economia, decidono sui tassi di interesse e sulla liquidità. Per fare bene tutto questo, e altro ancora per il funzionamento del settore finanziario, devono essere credibili e devono avere i mezzi economici per agire.

Le dimensioni e la composizione delle loro riserve da questo punto di vista sono molto importanti. Se alla fine dell’esercizio annuale c’è un utile, meglio, lo sappiamo bene anche in Svizzera. Ma il punto fondamentale per gli istituti centrali, ciò può piacere o meno ma è così, non è il risultato di esercizio quanto l’attuazione dei loro mandati.

Le riserve sono in grande misura valutarie, le banche centrali hanno molte valute e la classifica mondiale è sempre guidata dal dollaro USA, seguito da euro, yen, altre monete. La valuta americana, che peraltro resta al centro del sistema di pagamenti, è ancora nettamente al primo posto. Ma la sua quota nelle riserve ha subito una chiara erosione. Varie banche centrali hanno rafforzato le quote di altre valute e, appunto, dell’oro. Per una parte degli istituti centrali, parliamo ad esempio di quelli della Cina e di altri Paesi emergenti, c’è anche una volontà politica di dedollarizzare, di limitare insomma per questa via il potere non solo economico ma anche politico degli Stati Uniti. Per un’altra parte rilevante delle banche centrali rimane invece prevalente l’aspetto economico della diversificazione nelle riserve, come riflesso di un’economia globale più articolata, più multipolare per alcuni aspetti.

Le tensioni geopolitiche e le incertezze economiche sono ampie, la crescita mondiale è rallentata dagli effetti dei conflitti bellici in varie parti del globo e da dazi e contrasti commerciali innescati dal presidente USA Trump. Gli Stati Uniti restano la prima economia e crescono più di altri Paesi sviluppati, ma rallentano anch’essi e incamerano non poca inflazione. Il dollaro, al di là di saliscendi e di parziali recuperi legati anche ai tassi di interesse, da tempo non è a livelli alti e lascia aperti interrogativi sulle sue dinamiche, considerando anche l’elevato debito pubblico americano. Le prospettive, sia politiche sia economiche, non sono chiare. Può darsi che alla fine ancora una volta prevalgano gli aspetti positivi, o meno negativi, ma adesso è difficile dire in che modo e quando. Non si può fare a meno del dollaro USA, né negli scambi economici né nelle riserve valutarie. Ma c’è una razionalità nella tendenza delle banche centrali che, pur con motivazioni diverse tra loro, guardano avanti e rafforzano gradualmente la quota del metallo giallo nelle loro riserve, anche al di là delle oscillazioni temporanee delle quotazioni.