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Raffaella Castagnola

L’OSI e il suono dei soldi

Si impone urgentemente una riflessione sul come mantenere un’orchestra di qualità contenendo i costi - La massa salariale orchestrale è considerevole ed è vero che si potrebbero ritoccare alcune modalità contrattuali, ma non sarebbe giusto far pagare a chi fa parte di un gruppo coeso e compatto le scelte sbagliate di altri
Raffaella Castagnola
18.03.2026 06:00

Ottantaquattro anni lei, ottantanove lui, senza dimostrarli. Parlo della pianista Martha Argerich e del direttore d’orchestra Charles Dutoit, pochi giorni fa protagonisti sul palco del LAC insieme all’Orchestra della Svizzera italiana. Lei ha incantato il pubblico con il concerto n.1 di Ludwig van Beethoven. Lui quasi saltellava felice nell’interpretare la sinfonia in la maggiore opera 90 di Felix Mendelssohn e dunque non si sarà accorto che una parte dei presenti era già partita, una brutta abitudine che si perpetua. Fra gli orchestrali ce n’era sicuramente uno con la mente rivolta non solo alle note, ma anche ad altri suoni. Per statuto un rappresentante dei musicisti partecipa alle sedute ordinarie e recentemente anche straordinarie del Consiglio della Fondazione per l’Orchestra della Svizzera Italiana (FOSI), dove da tempo non si parla d’altro che di finanziamenti pubblici, di conti che non tornano, di fondi che mancano.

Il Consiglio ha una composizione che nasce da esigenze lontane, con un posto che fa da antenna alla CORSI/RSI (anche se già da tempo la RSI paga alcuni servizi ma non offre più un contributo generico alla struttura), con una mecenate (molto generosa nei confronti del tema, ma che ha già indirizzato un consistente contributo alla nascente Città della Musica), con posti politici attribuiti ai principali enti finanziatori (Città di Lugano e Cantone), presieduti da chi a sua volta presiede anche gli Amici dell’orchestra. L’ente che da anni raccoglie soldi dai privati con incessante e meritevole costanza ed effettivo risultato ha un ruolo strategico di rilievo. Di fronte ad un deficit annuale che si aggira intorno al milione di franchi c’è chi da tempo sostiene che qualcuno pagherà, in virtù del fatto che l’Orchestra ha un forte radicamento col territorio, rappresentato nel suo nome. Quel qualcuno attualmente è il fondo Swisslos, sul quale grava il finanziamento cantonale, ma che non potrà farlo in eterno: per anni la voce è stata infatti messa a carico dello Stato, pesando sulle tasche dei cittadini.

Si impone dunque urgentemente una riflessione sul come mantenere un’orchestra di qualità contenendo i costi. La massa salariale orchestrale è considerevole ed è vero che si potrebbero ritoccare alcune modalità contrattuali, ma non sarebbe giusto far pagare a chi fa parte di un gruppo coeso e compatto le scelte sbagliate di altri. Alcuni, vista l’incertezza, cercano opportunità in altre orchestre, mentre non si conosce il nome del prossimo direttore stabile, che stenta ovviamente a manifestarsi. A fine anno verrà a mancare anche la direzione artistica, dopo le dimissioni della colta e affabile Barbara Widmer, non certo così determinata nel tenere la guida come la sua mentore Denise Fedeli, un tempo direttrice OSI.

Già perché non molto tempo fa la direzione era unica e i conti comunque tornavano. Un primo errore è stata la scissione della direzione artistica da quella amministrativa, scelta inizialmente prefigurata come di risparmio, in sostanza ha raddoppiato i costi.  Tuttavia quello che può sembrare un catastrofico epilogo, potrebbe essere gestito come un’opportunità, ragionando nell’insieme dell’offerta culturale. Il LAC ha diversificato l’offerta musicale e potrebbe accogliere la classica con l’OSI e i suoi protagonisti, potrebbe inoltre offrire servizi già ampiamente collaudati per la ricerca di fondi privati e per la comunicazione. Questi costi, che attualmente gravano in modo significativo sull’apparato OSI, potrebbero essere visibilmente ridotti con vantaggi reciproci. Manca al LAC anche un direttore musicale, funzione che attualmente gestisce il direttore del LAC che dovrebbe invece avere la visione da «direttore d’orchestra» delle varie entità del polo. Questo ragionamento implica due mosse, una riflessione della FOSI sulla sua struttura e una sulla governance del LAC. Due temi che non devono essere conflittuali, ma letti come segnali di una cultura che sa evolvere.