Cerca e trova immobili
Fogli al vento

L'udito e l'ascolto

Le cose bisogna non soltanto vederle ma anche guardarle – Tanto più oggi che viviamo in una società in cui tutti parlano e pochi sanno ascoltare
Michele Fazioli
Michele Fazioli
02.03.2026 06:00

Dai che parliamo anche di qualcosa d’altro in mezzo ai venti e ai rombi di guerra. Provo a dire qualcosa sul mistero di guardare bene le cose e non soltanto vederle. Mi ricordo di aver letto molti anni fa un racconto di Mario Soldati in cui lo scrittore narrava un fatto vero. In un teatro della periferia di Torino, negli anni ‘30, aveva visto un ometto sul palco, vestito come Charlot con bombetta e bastone e con le sue movenze. Il pubblico applaudiva quieto quella imitazione. Soldati a un certo punto aveva avuto un dubbio, aveva guardato bene, colpito da una intensità, da qualcosa, e aveva scoperto che quell’attore «dilettante» era nientemeno che Charlie Chaplin in persona. Aveva appurato che il grande regista e artista, trovandosi in Italia, aveva voluto sperimentare l’impatto di un numero chapliniano recitato da lui ma senza che il pubblico sapesse che era lui. E il pubblico, tranne Soldati e un paio d’altri, non l’aveva riconosciuto e lo scrittore ci aveva riflettuto sopra. Ci ho ripensato adesso e ho ricordato un episodio letto tempo fa su un giornale: a Washington, all’uscita di una stazione della metropolitana, un violinista di strada sta suonando brani di musica classica, la gente passa in fretta, lascia qualche spicciolo. In un’ora il violinista raccoglie 12 dollari. A un certo punto un passante si ferma a lungo, ascolta e guarda, poi butta 20 dollari sorridendo e gli dice: «Io l’ho riconosciuta! Lei è Joshua Bell, l’ho seguita un mese fa in un concerto a New York». Era proprio lui, uno dei violinisti più celebri al mondo, con il suo prezioso Stradivari, che aveva voluto compiere un esperimento.

Poco tempo fa la redazione dell’inserto «La lettura» del Corriere della Sera ha voluto fare una analoga prova. Ha mandato il primo violino solista della prestigiosa Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma in un affollato atrio sotterraneo del metrò a suonare l’Adagio e Fuga dalla Prima Sonata di Johann Sebastian Bach. Una musica sublime. E l’ha filmato di nascosto. Risultato? In mezz’ora su 1.760 passanti soltanto 11 si sono fermati un attimo. Qualcuno ha gettato nel cestello alcune monete. Ricavo totale, 13 euro e 60 centesimi. Certo non si può criticare chi deve correre in fretta al lavoro e ha mille pensieri per la testa, mica puoi pretendere che uno si accorga subito di Bach e del talento. Però forse la cosa serve a indurci a prestare attenzione, anche con stupore, a piccole cose apparentemente insignificanti che poi invece contengono scaglie dorate. È curioso comunque quanto possa contare il contesto nella percezione della qualità. Se quel violinista fosse stato applaudito all’Accademia di Santa Cecilia da un pubblico in abito buono seduto in poltroncine di velluto, tutti avrebbero affettato l’aria da intenditori di chi sa fiutare il talento. In un metrò, manco te ne accorgi se non ti fermi a verificare con curiosità.

La lezione da trarre, e che aveva già intrigato Mario Soldati, è che le cose bisogna non soltanto vederle ma anche guardarle. Non solo udirle ma anche ascoltarle. Tanto più oggi che viviamo in una società in cui tutti parlano e pochi sanno ascoltare. Tornando ai musicisti di strada, ho comunque imparato a stare un po’ più attento e almeno con la fantasia ho lasciato aperte molte ipotesi.

Un anno fa a Winterthur, nella città vecchia, vedo un violinista elegantissimo, in frac, magro e alto, di età matura, uno sguardo serio. Sulle prime nessuno si ferma, la gente passa distratta. Poi però il suono alto e dolce comincia a radunare qualche persona, altre vedendo il crocchio lo rafforzano per osmosi. A me, a molti pare che quell’uomo suoni benissimo. Immagino che quel violinista possa essere un personaggio ferito, magari un talento perduto tra sventure di vita, forse un passato speranzoso in una bella orchestra. Dalla piccola folla radunatasi parte un applauso caloroso, piovono monete nella custodia del violino, poi l’uomo elegante ripone lo strumento, sorride appena, s’incammina verso la notte come l’uomo in frac di Modugno.

Altro ricordo, Monaco di Baviera. Alle dieci di sera, sotto un porticato, ecco un giovane violoncellista vestito di nero. Suona brevi cose classiche e brillanti. C’è qualcosa di bello in lui, mi fa anche un po’ compassione, così giovane, così fragile (chissà, uno studente di conservatorio a corto di quattrini, un idealista un po’ anarchico innamorato della ragazza sbagliata?) costretto a suonare per le strade. Sostiamo in pochissimi attorno a lui. Al termine di un pezzo osiamo un piccolo applauso. Lui dice: «Visto che apprezzate, vi suono un po’ di Bach». E prende a cavare dal suo violoncello la bellezza di alcune «cello suites». Anche qui, dopo un po’ che stavamo udendo, abbiamo cominciato ad ascoltare. Un ultimo applauso, poi anche lui è scomparso nel buio della notte.