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Il commento

Ma che modi sono?

Caso Zali: alla fine dei conti, viste le premesse, per fortuna la discussione generale non c’è stata – Non si può parlare per ore di dignità e rispetto e poi accettare che a pagare il prezzo della confusione siano proprio le donne chiamate a governarla o a presiedere l’aula
Gianni Righinetti
18.09.2026 06:00

Discutere a lungo per stabilire se fosse il caso di discutere ancora di quanto già discusso. È la fotografia poco edificante di una giornata parlamentare ticinese. Attorno al caso Zali è andata in scena una maratona di richieste, repliche, interpellanze e chiarimenti pretesi o rimandati. Alla fine, la discussione generale non si è fatta. Considerato tutto ciò che l’ha preceduta, è stata forse la parte meno deludente della giornata. Il punto, infatti, non è soltanto se il Parlamento abbia perso un’occasione. Il punto è come ci si è arrivati. E i modi non ci sono piaciuti.

Non è piaciuto il pressing martellante sulla presidente Daria Lepori, apparsa in difficoltà davanti a un’aula che sembrava chiederle conto di una discussione sempre più aspra. C’è chi invoca rispetto, soprattutto quando si parla delle donne, salvo ricordarsene solo quando tutto è finito. Durante la tempesta, qualche benpensante del rispetto a parole ha pensato bene di aggiungere peso al peso. Non è un dettaglio. Si può essere severi e incalzanti, ma la durezza non è accanimento e il dissenso non autorizza l’umiliazione. Una presidente parlamentare non è un parafulmine da usare durante la bufera e da consolare dopo.

Lo stesso vale per il Governo. Marina Carobbio è stata lasciata sola sul pulpito a ripetere le risposte del Consiglio di Stato alle interpellanze piovute durante un’estate siccitosa e canicolare. Sola a reggere il fuoco incrociato, mentre l’Esecutivo avrebbe dovuto mostrare collegialità. Nel frattempo, il consigliere di Stato al centro della vicenda non era dato sapere dove fosse, e la sua sedia restava colpevolmente vuota. Non si può pretendere che il Parlamento affronti una vicenda che porta il nome di un membro del Governo mentre il diretto interessato si permette di restare fuori campo e gli altri tre consiglieri assumono la posa delle belle statuine: seduti, composti, silenti. Norman Gobbi, Raffaele De Rosa e Christian Vitta non sono semplici comparse. I primi due, per quanto emerso, avevano avuto interazioni o informazioni sui comportamenti riconducibili al «metodo Zali»: le e-mail indirizzate alle donne e la sollecitata assunzione all’EOC dell’amica, facendo posto a scapito di un frontaliere, descritto con l’immagine del «cannolo alla crema». Un’espressione discutibile, che restituisce il clima di una storia non derubricabile a folclore. Scusate, consiglieri di Stato, ma del vostro comportamento c’è poco da andare fieri. In una situazione simile non bastava stare seduti e lasciare che fosse Carobbio a rispondere per tutti. La collegialità non è una parola buona per i comunicati ufficiali. È esserci quando le cose si complicano, soprattutto quando a essere messa alla prova è la credibilità dell’istituzione.

E poi ci sono i deputati. Alla fine della maratona, Carobbio e Lepori apparivano provate. Diversi parlamentari sono andati a consolarle, manifestando solidarietà. Tutto bello, umano, signorile. Ma tutto a posteriori: dov’erano nei minuti precedenti, quando il tono saliva e le due donne erano esposte? Non si può giocare a fare gli indignati dopo il danno. La solidarietà può essere sincera, ma se prima si assiste in silenzio o si alimenta la tensione, il gesto successivo rischia di assomigliare a un tardivo pentimento. Ed eccolo, il paradosso più amaro. Mentre si discuteva di una vicenda che ha al centro l’uomo Claudio Zali, prima ancora del politico e del consigliere di Stato, abbiamo visto atteggiamenti, parole e azioni irrispettosi verso le donne. Il silenzio di chi avrebbe dovuto sostenere in qualche modo la collega Carobbio. Il pressing su Lepori. Le parole espresse sulle donne e, per giunta, da donne nei confronti di altre donne. Uno spettacolo indecoroso. Non si tratta di distribuire patenti di bontà, ma di riconoscere una contraddizione. Non si può parlare per ore di dignità e rispetto e poi accettare che a pagare il prezzo della confusione siano proprio le donne chiamate a governarla o a presiedere l’aula.

Alla fine dei conti, se questa era la premessa alla discussione generale, per fortuna la discussione generale non c’è stata. Ai favorevoli che hanno parlato di «occasione persa» ci permettiamo di replicare con un’altra definizione: forse è stato «uno scempio scampato». Non perché il caso non meritasse di essere affrontato, ma perché un dibattito così delicato avrebbe richiesto misura, preparazione e coraggio collettivo. Non la solita gara a chi alza di più il volume, salvo poi cercare un fazzoletto per le lacrime quando l’aula si svuota. D’altronde, sfidiamo chiunque a trovare nella storia recente una discussione generale, o un dibattito su temi delicati, capace di produrre qualcosa di serio e presentabile al Paese. Troppo spesso diventano processi sommari e regolamenti di conti: si parla di rispetto mentre si feriscono le persone, di trasparenza mentre si proteggono le convenienze, di responsabilità mentre si aspetta che sia qualcun altro a rispondere. La politica dovrebbe servire a compiere un passo nella direzione giusta: quella della ragione e del rispetto. Mercoledì, invece, ha offerto l’ennesima prova di quanto sia facile smarrire entrambe le cose proprio quando diventano più necessarie. Ma che modi sono questi? Dove sta il rispetto principale per le persone e, diciamolo chiaramente, per le donne?

Fiduciosi, attendiamo la prossima occasione nella speranza di essere smentiti rispetto a quanto, amaramente, abbiamo nuovamente osservato nel pomeriggio parlamentare di mercoledì.

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