Matusalemme e il concetto di ricambio generazionale

Sebbene le mie classi mi prendano per un boomer, che per loro è praticamente sinonimo di vecchio matusalemme, in verità sono un tipico esempio della Generazione X, quella segnata dall’incognita e schiacciata tra gli stessi boomer e i millennial.
L’uso di questi termini nella parlata giovanile è sintomo di come la questione generazionale sia tornata con forza nel nostro linguaggio. Ci serve per raccontare quasi tutto: il rapporto con il lavoro e con il denaro, l’uso della tecnologia, i consumi, l’amore, la famiglia, perfino il modo di informarsi e di guardare al futuro. Riflettendo sulla classificazione del concetto di generazione emerge un dato di fatto. Più ci si avvicina al presente, più lo scatto generazionale si fa veloce, a causa soprattutto dell’accelerazione tecnologica e culturale. Le generazioni moderne (X, Y, Z, alpha) sono raggruppate in blocchi di appena 15 anni. Ciò significa che, dati i rapidissimi cambiamenti, persone nate a soli 10-15 anni di distanza vivono in «mondi» culturali diversi, creando di fatto generazioni distinte in un arco di tempo molto più breve rispetto al passato.
Esiste però un luogo, le stanze del potere politico, nel quale questa incessante successione delle generazioni procede molto più lentamente, anzi appare quasi immobile. Scorriamo la data di nascita di chi tiene le redini degli Stati a livello globale. Tralasciando il presidente del Camerun, Paul Biya, nato nel 1933 e in carica dal 1982, veramente hors catégorie, possiamo contare su Lula da Silva (1945), Donald Trump (1946), Benjamin Netanyahu (1949), Narendra Modi (1950), Vladimir Putin (1952), Xi Jinping (1953), Recep Tayyip Erdoğan (1954). Sono sette uomini. Nove anni appena separano il più vecchio dal più giovane. Quasi tutti appartengono alla prima generazione del dopoguerra, dei veri e propri baby boomer, loro. Sono persone la cui formazione avviene fra gli anni Sessanta e Ottanta, ma che continuano a determinare gli equilibri internazionali negli anni Venti del XXI secolo, nell’epoca dell’IA e della crisi climatica.
Essere uomini anziani non è la norma statistica dell’intero pianeta, dato che la media d’età dell’umanità è stimata intorno ai 31 anni. Non è, o almeno non è soltanto, una questione anagrafica. Essere anziani non significa essere incapaci di capire il presente, così come essere giovani non garantisce di comprenderlo. Le domande sono altre. Perché il potere politico, mentre società, tecnologie e linguaggi mutano così rapidamente, continua a riprodurre leadership formatesi in un altro millennio? Perché il ricambio generazionale che consideriamo naturale in quasi ogni ambito incontra tanta resistenza là dove si concentra il potere?
Le risposte semplici a queste domande non ci sono, perché il fenomeno è trasversale. Lo si nota in democrazie stabili occidentali, dove l’elettorato è maschile e anziano, ma anche in democrazie più recenti, come l’India, dove popolazione ed elettori sono giovani. È infine presente anche in sistemi politici dove la democrazia è formale o del tutto assente.
Un possibile pista non va cercata nel modo con cui le élite sono scelte, ma nella maniera in cui si riproducono nel tempo. Per arrivare al vertice servono di norma decenni in cui si accumulano notorietà, relazioni, controllo del partito, accesso alle risorse, esperienza istituzionale. E una volta conquistata una posizione, la carica produce ulteriori vantaggi: visibilità, organizzazione, riconoscibilità e reti di influenze. E quando il ricambio avviene, non necessariamente si traduce in un’autentica apertura: il potere tende a trasmettersi all’interno delle stesse cerchie sociali, politiche o familiari, perpetuando privilegi e conservando il capitale accumulato.
A spiegare questo meccanismo ci può venire in aiuto il sociologo Pierre Bourdieu. Per acquistare potere politico non serve dunque solo capitale economico, ma anche capitale sociale - fatto di reti, conoscenze, relazioni - e soprattutto capitale culturale e simbolico come prestigio, riconoscimento e autorevolezza. Queste forme di capitale si alimentano e si rafforzano a vicenda, creando meccanismi di riproduzione del potere che rendono difficile l’accesso ai giovani e alle donne, a meno che non possano beneficiare di risorse e relazioni ereditate in ambito familiare. Ciò a cui assistiamo è dunque il sintomo di una crisi nella circolazione delle élite, che investe il cuore stesso delle nostre democrazie, esponendole al rischio crescente di essere percepite come oligarchie privilegiate, incapaci di rinnovarsi e di rappresentare la società. È una contraddizione con la quale le nostre democrazie, prima o poi, dovranno fare i conti.
Spetta alla politica, alle istituzioni e ai partiti il compito di non nascondersi dietro parole come «meritocrazia», «esperienza» o «competenza». Sono criteri apparentemente neutrali che rischiano di mascherare le diseguali condizioni di partenza e, con esse, le maggiori difficoltà per giovani, donne e classi subalterne - dotati mediamente di minore capitale sociale, economico e culturale - nell’accedere ai luoghi del potere. Bisogna dunque che la politica offra gli strumenti per scardinare il proprio monopolio e per generare un ricambio, anche attraverso l’istaurazione di misure di affermazione positiva come le quote di rappresentanza. Non perché essere giovani, donne o provenire dalle classi subalterne renda automaticamente migliori. Ma perché una democrazia che restringe di fatto l’accesso al potere finisce per impoverire anche le proprie possibilità di immaginare il futuro. Solo così si potrà evitare la sensazione nei giovani che la politica non faccia per loro, perché tanto, boomer o Generazione X, tutti sono uguali e vecchi matusalemme.

