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Montale, una Bilancia fra gli astri

Ogni anniversario concernente figure e personalità di alto rilievo che hanno scritto la loro illustre pagina esistenziale nella Storia merita un ricordo
Salvatore Maria Fares
Salvatore Maria Fares
16.10.2026 06:00

Ogni anniversario concernente figure e personalità di alto rilievo che hanno scritto la loro illustre pagina esistenziale nella Storia merita un ricordo. I 130 anni della nascita di Eugenio Montale sono stati argomento di qualche pagina e qualche servizio televisivo. Lo ricordo qui per il suo legame letterario e morale con il Ticino e la Svizzera, da lui onorati quando vinse il Premio Nobel nell’ottobre del 1975, il mese della sua nascita. Non volle rilasciare interviste prima della consegna ma alla RSI concesse il privilegio di un’esclusiva perché a Lugano nel 1943 era stata pubblicata la sua raccolta Finisterre, quando non poteva pubblicare in casa sua ed era tenuto d’occhio come un possibile cospiratore contro il fascismo. L’ho conosciuto che ero giovanissimo. Il registratore che sistemavo su un tavolino essenziale pesava alcuni chili. Oggi è un cimelio. Ho ancora il microfono che avevo posto davanti alle volute di fumo che dalla bocca del poeta salivano come farfalle evanescenti, mentre il nastro fissava le sue parole. Il pavimento era coperto da una moquette color avorio e un collega vi fece cadere involontariamente della cenere, suscitando una garbata reazione del Poeta, che ci fece prontamente notare che si trattava di una moquette appena rinnovata. «La pagherò con una parte dei soldi che mi daranno con il Nobel…». Andrà a Stoccolma? gli chiesi. «Con fatica, sì, con fatica, perché mi muovo male. Vogliono che tenga un piccolo discorso ma ho già detto che non possono aspettarsi più di dieci minuti, perché non posso stare in piedi di più, con una carta in mano, con Sua Maestà il Re di Svezia così vicino che mi dà imbarazzo e non saprei cosa dire. Dovrei dire poi delle cose abbastanza sconvenienti: che circa la metà degli scrittori che hanno avuto il Nobel oggi sono dimenticati… e non vorrei che alla metà si aggiungesse un’unità e che questa unità fossi io… non vorrei questo!». Così non è stato. La sua infinita poesia gode ancora di ottima salute. Infinita nel senso leopardiano. Una poesia ne varietur, destinata a durare perché reca una laica speranza nella volontà dell’uomo, che supera l’eterna inquietudine umana. In Montale c’è la ricerca del naufragio, perché di Leopardi aveva un certo scetticismo, che se nel poeta di Recanati è puro pessimismo, poiché la Natura è arbitra di ogni arbitrio della sorte, in Montale la Natura è l’avello in cui si colloca ogni condizione alla quale l’individuo può aderire partecipe ma senza necessariamente subirla. La «dolcezza inquieta» è un manifesto della poetica di Montale, il suo non sapere cosa all’uomo sia concesso di essere ma il sapere cosa egli non desideri essere. Sottile distinguo e necessario, quello fra il fatalismo passivo di Leopardi e quello attivistico montaliano, quasi di sentore protestante, rigoroso nel decifrare il male di vivere incontrato per predisporre almeno una bozza segnaletica che ne indichi il senso contrario, per rendere il cammino almeno dignitoso. Di una dignità nascente dalla coscienza senza imposizioni fideistiche e prodotta dalla ragione come direttiva comportamentale. Se la sua «Esterina» si tuffa dal trampolino sotto la roccia, non per questo la «razza di chi rimane a terra» non raccoglie le sfide; Montale anche in quella poesia, «Falsetto», non fa altro che ricordare che il domani è «oscuro», ma non «tristezza e noia» come in Leopardi. Se può dire che «non sappiamo quale sortiremo domani oscuro o lieto», ha però lo slancio volontaristico di opposizione alla sorte. Nella poesia montaliana c’è la consolazione che è anche una minima giustizia, una parte di solarità che è il giallo dei limoni, vista anche attraverso «erbosi fossi», dove all’innocenza - lì è quella dei ragazzi - è concessa la gioia di agguantare qualche sparuta anguilla. La Natura ha i suoi errori, la «rete» ha le sue smagliature per consentire il balzo d’uscita. Ma la considerazione di fondo resta quella di Ossi di seppia, che dura e resiste, come «il girasole impazzito di luce»: il desiderio e la volontà della luce dentro, che arriva per ricerca, non per dono grazioso di cielo o natura. L’elenco dell’oblio dei poeti insigniti del Nobel non si è dunque arricchito di un’unità, la propria, come Montale temeva. Un’amica mi chiede se al festino illusorio corrente, nel festival delle abiure ad ogni morale, nella gibigiana delle immagini che assalgono l’etere anche attraverso i telefonini, saremo «farcitori o farciti». Allude ai versi del Sogno del prigioniero, di Montale. «Farcitori! Le rispondo. Almeno tu, se tieni ancora sul comodino quel trattato di ribellione alla sorte, che resiste, nonostante la prigionia».