Nostalgie e profezie persiane

Nel 1688 Johannes Hofer, studente di medicina all’Università di Basilea, osserva uno strano male che colpisce i mercenari svizzeri all’estero: la lontananza da casa li consuma, fino a renderli incapaci di combattere. La chiamano già, questa malattia, il «mal svizzero». Hofer inventa un neologismo e le dà un nome destinato a fare il giro del mondo: nostalgia. Unisce due parole greche: nóstos, ritorno, e álgos, dolore. Il dolore del ritorno impossibile. Quello raccontato, più di ogni altro, nel canone occidentale dell’Odissea.
La nostalgia che mi prende in questo torrido mese di agosto non è quella di un rientro a casa, ma di un altro ritorno, che oggi sembra impossibile. Facebook mi menziona infatti che l’estate di quattro anni fa l’abbiamo passata in Iran. Tra le tante immagini postate, mi rapiscono ancora le fotografie in ordine sparso: la moschea rosa di Shiraz, il tempio del fuoco zoroastriano di Yazd, dove la fiamma sacra arde da secoli, la cattedrale armena di Vank a Isfahan, la tomba ebraica di Ester a Hamadan, la porta di tutte le Nazioni di Persepolis, voluta da Serse duemilacinquecento anni fa. E poi Teheran, vista dalla valle di Darband: sconfinata, illuminata, moderna.
Un viaggio, anche se indipendente e lungo più di un mese, non basta per capire un Paese grande quanto Regno Unito, Francia, Spagna e Germania messi insieme. Permette però di coglierne la complessità. L’Iran è un groviglio di popoli, lingue e religioni, ma dalla forte identità, tenuta assieme dalla fierezza per una storia millenaria e dall’orgoglio per un’indipendenza difesa tenacemente.
L’algoritmo mi ricorda che abbiamo lasciato il Paese pochi giorni prima della morte di Mahsa Amini, della rivolta al grido di «Donna, vita, libertà», delle repressioni, degli attacchi ai siti nucleari e delle guerre e delle distruzioni. Era soltanto quattro anni fa. Pare un altro mondo. Capisco allora che la mia nostalgia non riguarda un luogo, ma un tempo in cui era possibile credere in un futuro migliore. Penso alle persone incontrate sul nostro cammino, dai persiani ai curdi, dagli azeri ai nomadi Kashkai dei monti Zagros. Che fine hanno fatto oggi le loro speranze? Penso soprattutto alle molte giovani incontrate. In privato ci dicevano di sapere che gli spazi di libertà conquistati nella vita quotidiana erano tollerati, non accettati. Bastava un giro di vite perché un gesto normale, un abito o una ciocca di capelli diventassero una sfida al regime. Eppure, sembravano conservare una speranza. Solo le più disincantate ci chiedevano di portarle con noi in Svizzera.
L’Iran che ci accoglie nell’estate del 2022 ci confronta anche con una diversa nostalgia del tempo. È Muharram, primo mese calendario islamico e grande periodo di lutto dello sciismo. Ci si prepara all’Ashura che commemora l’uccisione nel 680 di Husayn, nipote del profeta Maometto e terzo imam degli sciiti. La colpa di Husayn è di non riconoscere l’autorità del califfo Yazid, capo di quella che sarà la corrente sunnita. Intercettato con un piccolo gruppo di familiari e sostenitori a Kerbala, Husayn è circondato da forze molto superiori e trucidato dopo una lotta strenua insieme a tutti i suoi compagni.
Ogni anno questa storia viene ripercorsa momento per momento, quasi fosse una lunga via crucis. Da una parte c’è Husayn, che preferisce il martirio alla sottomissione; dall’altra Yazid, immagine del potere ingiusto. Karbala diventa così qualcosa di più di una battaglia avvenuta quasi millequattrocento anni fa. È una narrazione morale che può ripetersi in ogni epoca: pochi contro molti, la resistenza contro il potere, la verità contro la forza, il sacrificio presente contro la vittoria futura. A questa memoria si lega l’attesa del Mahdi, il dodicesimo imam. Secondo la fede sciita, il Mahdi non è morto ma si è sottratto ai nemici e alla vista degli esseri umani per tornare trionfante alla fine dei tempi. La storia, dunque, non procede soltanto dal passato verso il futuro. Vive nell’attesa di un ritorno a casa capace di riscattare tutte le sconfitte.
Smettendo di guardare la realtà con gli occhi dell’Occidente si può capire meglio la resistenza iraniana nell’attuale guerra contro gli Stati Uniti e Israele. Nella propaganda del regime, il presente è infatti inserito nello schema eterno di Karbala: Trump assume il volto di Yazid, mentre la Repubblica islamica rivendica per sé quello di Husayn, di cui l’emblema è il martirio della guida suprema Ali Khamenei. La sproporzione delle forze non dimostra che la battaglia sia perduta, ma al contrario, conferma la giustezza del sacrificio. Anche la figura di Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali, è avvolta dalla stessa grammatica simbolica. Il suo nome significa «il prescelto» e il suo occultamento risponde a ragioni di sicurezza o di precaria salute. Ma in una cultura religiosa segnata dall’attesa dell’imam nascosto, anche l’assenza può comunicare qualcosa: non debolezza, ma preparazione; non fuga, ma promessa del ritorno.
È difficile sapere quanto questa narrazione convinca ancora gli iraniani. Certamente non può essere confusa con la voce di un intero popolo. La fede sciita, l’identità nazionale e la propaganda della Repubblica islamica non sono la stessa cosa. E le persone incontrate nel 2022 mostrano spesso una distanza profonda tra la loro vita e il linguaggio del potere.
Sono in fondo due Iran che si fronteggiano. Da una parte quello di chi vede restringersi ogni spazio di libertà e non vede un futuro. Dall’altra quello del potere, che alla crisi oppone una fede assoluta: ogni sconfitta diventa una prova, ogni sacrificio annuncia una vittoria, ogni attesa prepara un ritorno. La nostalgia guarda verso qualcosa che forse non tornerà. La fede messianica guarda verso qualcosa che non può non tornare. In mezzo resta l’Iran reale: sospeso tra chi non riesce più a sperare e chi non si permette di dubitare.

