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Fogli al vento

Notti magiche sotto il cielo

Giovedì mattina all’alba mezza Svizzera era in piedi davanti agli schermi: miracolo della Tv, naturalmente (che fa vedere in diretta il mondo al mondo) ma anche miracolo del calcio
Michele Fazioli
Michele Fazioli
06.07.2026 06:00

Provaci ancora Svizzera. Dite quello che volete ma quando c’è di mezzo il calcio si parla dello sport più popolare al mondo, il gioco di un pianeta intero, con buona pace di tante altre discipline meritevoli ma non capillarmente universali e popolari. E così il gioco più diffuso al mondo diventa anche comunità in festa, bandiere sventolanti ma non in guerra, identità orgogliose ma non nemiche. Giovedì mattina all’alba mezza Svizzera era in piedi davanti agli schermi: miracolo della Tv, naturalmente (che fa vedere in diretta il mondo al mondo) ma anche miracolo del calcio. Il calcio è popolare, è democratico, è semplice: basta una palla, bastano un barattolo e quattro ragazzini e si comincia, si va dalla sabbia delle favelas alla terra brulla delle savane, ai cortili, su su fino ai campi bene innaffiati dei paesi benestanti, fino al Maracanà, al Bernabeu, a San Siro, ai grandi spettacoli planetari. E così domani sera vivremo un’altra notte magica sotto il cielo di un’estate svizzera. Poi naturalmente non esageriamo, è soltanto un gioco, la vita vera e profonda, anche civile, ha altri palpiti, dolori, letizie, drammi e valori. Epperò se passassimo il turno sarebbe una bella festa, no? Ma qui voglio toccare un punto. Un Paese intero, la Svizzera, palpita ed esulta (sin qui, poi se si perde arricciamo subito il naso professorale) per le gesta di una squadra nazionale che è composta di giocatori di almeno quattro etnie diverse, tutti cittadini svizzeri ma non tutti bianchi DOP di antica generazione elvetica (Oberland o Appenzello o patrizi eccetera, per intenderci). La maggioranza dei giocatori sono figli di emigrazione, di prima o seconda generazione. E sembra un paradosso, peraltro felice, in una nazione dove ogni gruppetto d’anni si va a votare su temi legati alla paura dei «troppi stranieri» (che poi stanno qua e prima o poi diventano svizzeri). Una parte massiccia di svizzeri teme un meticciato, un annacquamento della tipologia classica dell’homo helveticus. Sin dai tempi delle sciagurate iniziative Schwarzenbach (bocciate) poi con l’iniziativa contro l’immigrazione di massa (accolta) fino a quella recente (respinta di misura) per un tetto massimo di dieci milioni di abitanti, il vero «fil rouge», diciamolo chiaro, è sempre stato quello del presunto pericolo del cosiddetto «inforestierimento». Ma guardiamola questa Svizzera in campo, per ammirare la quale anche moltissimi iniziativisti contro «gli inforestierimenti» hanno messo entusiasti la sveglia alle quattro del mattino. Guardiamo quei giocatori in maglia rossocrociata che si buttano e battono in campo e danno il meglio di sé per vincere. Tralascio i nomi, li conoscete. Sono in maggioranza giocatori immigati, di diversa etnia ma diventati cittadini elvetici integrati e anche portatori di talenti calcistici spesso ereditati in una tradizione psicologica e genetica d’altre realtà. Cosa ci insegnano quei giocatori nostri che evocano con cognomi e fisionomie radici lontane e che oggi sono svizzeri? Ci insegnano che esiste un sistema svizzero di armonizzazione migratoria e di attenta e dinamica integrazione. La composizione etnica e culturale della nostra nazionale è la conferma di una politica salutare di integrazione, che spicca nello sport ma emerge ormai in moltissimi settori. Controprova: guardiamo cosa succede invece in Italia. Scriveva l’altro ieri sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo: «Forse se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto. Perché nel calcio non ancora?». Oso dire: perché i club italiani si buttano a capofitto nel mercato dei campioni stranieri e farciscono le squadre di giocatori non italiani, trascurando i vivai indigeni e dunque a maggior ragione anche il potenziale dei «nuovi italiani». Invece ecco qua la nostra squadra fatta di tanti svizzeri dalle molteplici radici, curiosamente evocando la struttura etnica e culturale stessa del nostro Paese, che non parla una sola lingua come la maggior parte dei Paesi del mondo, ma ne parla ben tre, anzi quattro, e armonizza da secoli culture ed etnie diverse. Diciamo che anche la nazionale di calcio è a modo suo federale, ovvero tante «autonomie» etnico-culturali funzionanti in una unità che le «federa». Dateci dentro, dunque, ragazzi. Che se va bene esultiamo, se poi va male vi diciamo grazie lo stesso. 

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