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L'editoriale

Per il «boss» un pieno di fiducia non richiesto

L'uscita di Trump («I am the boss») è destinata a diventare un tormentone, ma il G7 conclusosi ieri a Évian non ha cambiato l'inerzia delle dinamiche geopolitiche
Paolo Galli
18.06.2026 06:00

Parmelin lo ha accolto calorosamente a Ginevra. Merz gli ha regalato la maglietta della Germania con il numero 47 sulla schiena (è d’altronde il 47. presidente degli Stati Uniti). Gli altri gli hanno fatto capire che è comunque la sua parola quella che conta. Zelensky lo ha ringraziato e ha provato anche ad autoinvitarsi a Washington, allargando l’invito a Putin (che lo ha rimbalzato). «Discutiamola in casa tua, la pace». Macron, addirittura, ha organizzato una cena per lui - più che per i 250 anni dell’indipendenza americana - a Versailles, nove anni dopo quella sulla Tour Eiffel dallo chef stellato Ducasse. Un pieno di fiducia, insomma, per Donald Trump. Neanche ne avesse avuto bisogno. E allora non è un caso che, ieri mattina, scherzando - ma anche no -, si sia presentato al tavolo delle discussioni a Évian esclamando: «I am the boss».

Diventerà sicuramente un tormentone, questa sua nuova uscita. «Il capo sono io». Che poi nessuno lo ha mai messo in dubbio, in Francia, da lunedì fino a ieri. Anzi, tutti hanno fatto in modo di confermarlo, implicitamente e persino in forma diretta. Nessuno vuole nuovi dazi, tutti hanno ancora bisogno di lui, del tycoon, delle sue armi, della sua protezione. In molti hanno sottolineato amicizie di lunga data con gli Stati Uniti. L’abbraccio con la premier italiana Meloni è stato accompagnato dalla didascalia seguente: «Siamo sempre stati amici». Trump ha giocato la carta dell’abbandono, ha sorriso sornione: «Mi avete lasciato solo». Ma la realtà è che, a sentirsi soli, sono piuttosto gli altri grandi del pianeta, i quali si sono alzati da quel tavolo, a Évian, consapevoli di non aver ottenuto granché. Solo tanta diplomazia di facciata. Certo, c’è anche un dietro le quinte, a livello diplomatico, c’è un non detto. Ma in questo caso - ed è una questione anche di sensazioni, oltre che di lettura di dichiarazioni e comportamenti - non abbiamo notato segnali particolarmente incoraggianti. Neppure attorno alla questione ucraina.

Zelensky si è presentato in Francia quasi in punta di piedi, consapevole che l’attenzione mediatica e geopolitica, anche in questi giorni, è rivolta altrove. Non si fa che parlare di Medio Oriente, della possibile firma sull’improbabile - in termini di successo reale - accordo tra Stati Uniti e Iran e del prezzo del petrolio. Persino le sanzioni nei confronti della Russia, messe in pausa da Trump, sono direttamente connesse all’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz. «L’Ucraina non è una nostra priorità», ha ammesso il presidente americano, il quale ha ricordato come il suo Paese sia interessato a Kiev solo come cliente per la vendita di armamenti. Zelensky ne è consapevole e pare accontentarsi dei volutamente vaghi «Noi ci saremo», forse perché confortato dalla situazione sul terreno, dalla resistenza del proprio fronte di difesa e dalle capacità tecnologiche di attacco con i droni. Con l’Iran «nello specchietto retrovisore» - citando lo stesso Trump -, si potrebbe aprire per l’Ucraina un nuovo capitolo di appoggio collettivo. Il presidente statunitense è stato prudente, nel rivolgersi alla Russia, invitandola sì a trovare un accordo, minacciandola di «nuove vecchie» sanzioni, ma senza davvero affondare il colpo. E Mosca ride, sarcastica fa notare come tutto sia comunque solo un’illusione. Fumo, sì.

Lo stesso vale per l’immagine dell’Europa, che non ha tratto grossi vantaggi da questo G7. Se voleva riconquistare il palcoscenico, lo ha fatto in maniera subordinata a Trump, al «boss». Per il resto, tutto si risolve nell’agendare appuntamenti futuri, come l’E5 - il vertice tra Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia - della prossima settimana a Berlino o nell’approvare la possibile intesa tra Stati Uniti e Iran. Certo, i leader europei, proprio come Zelensky, possono accontentarsi di questo, di un tiepido riavvicinamento diplomatico con il presidente americano e dei frutti - anche per l’Europa stessa - derivanti dalla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma dire di essere tutti «nella stessa squadra», come ha fatto Merz, non fa del mondo un posto più sicuro. Anche perché è stato proprio Trump a sottolineare la distanza fisica tra gli Stati Uniti e i cosiddetti alleati europei. Non esiste lusinga che possa accorciare tale distanza.

Vale anche per la Svizzera, che - tramite Parmelin - ha giocato il ruolo del maggiordomo di lusso, aprendo le porte del G7 ai vari leader atterrati a Ginevra. Si è detta anche pronta ad accoglierli per nuove tappe diplomatiche. E l’operazione, in questo senso, è riuscita. Basti pensare all’appuntamento di domani al Bürgenstock. Certo, sul Bürgenstock c’è anche l’impronta del Qatar. Ma la Svizzera intanto c’è, c’è ancora. Già, ci si può accontentare.