Per il fondo non c’è un clima propizio

Quando un partito lancia un’iniziativa popolare, lo fa anche per marcare presenza sulla scena politica e per mobilitare gli elettori, stando bene attento alla scelta di tempo. Ma una volta ottenuti l’effetto dimostrativo e l’auspicata visibilità, non può più controllare le fasi successive. La proposta di istituire un fondo per il clima, su cui si voterà l’8 marzo, arriva alle urne quattro anni dopo la decisione dei suoi promotori di lanciarla. Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti, dalle urne sono scaturite decisioni importanti in ambito climatico e l’attenzione del corpo elettorale si è spostata su altri temi. Oltre a non esercitare più il richiamo di un tempo, la questione del clima deve fare i conti con una concomitanza soverchiante in termini di attenzione, come l’iniziativa sulla SSR. Il confronto sul canone radiotelevisivo si è preso la scena, mettendo in ombra gli altri oggetti in votazione. Eloquente il fatto che lo stesso Partito socialista, co-promotore del fondo con i Verdi, abbia investito nella campagna per la «propria» iniziativa 390 mila franchi, e più del doppio, ben 820 mila, per combattere quella per ridurre la tassa di ricezione a 200 franchi.
Lo slancio ambientalista della fine dello scorso decennio si è progressivamente attenuato e il tentativo di rianimarlo non sembra andare a buon fine. Dopo la vecchia Legge sul C02, respinta nel 2021 essenzialmente per motivi fiscali, anche il fondo per il clima, pur ricorrendo a mezzi diversi, sembra non avere scampo. Stando ai sondaggi, tre votanti su cinque intendono respingerlo. A tagliargli l’erba sotto i piedi sono essenzialmente due fattori. Il primo, è che una parte degli obiettivi è stata ripresa in altre leggi, avallate a livello popolare: in particolare, la Legge sugli obiettivi in materia di protezione del clima (accolta nel 2023 quale controprogetto indiretto all’Iniziativa per i ghiacciai), che punta alla neutralità climatica entro il 2050, e la Legge sull’approvvigionamento elettrico sicuro con le energie rinnovabili (2024). Con le misure di promozione esistenti, la Confederazione investe già più di due miliardi di franchi all’anno per la riconversione del sistema energetico e la lotta contro i cambiamenti climatici. Il secondo fattore, è che il fondo costituisce una risposta fuori misura e fondamentalmente sbagliata. Dal 2030, vi dovrebbero confluire ogni anno dai 4,8 ai 9,5 miliardi di franchi (in pratica 1.000 franchi per abitante) da destinare alla decarbonizzazione dei trasporti, degli edifici e dell’economia e all’efficienza energetica. Ciò significa che entro il 2050 andrebbero assegnati alla protezione del clima dai 100 ai 200 miliardi di franchi.
Dove trovarli? Massicci aumenti di imposte sono improponibili. L’unico modo per rendere apparentemente indolore la fattura è contrarre nuovi debiti, aggirando temporaneamente il freno all’indebitamento. L’iniziativa lo consentirebbe. Ma si tratta di un espediente ingannevole, perché il conto arriverà comunque. Per cominciare, il non indifferente servizio del debito andrebbe finanziato attraverso il bilancio ordinario, penalizzando altre uscite della Confederazione. Inoltre, la Costituzione prevede che nel medio termine le maggiori uscite devono essere compensate. I versamenti nel fondo e il pagamento degli interessi passivi andrebbero finanziati, un domani, da entrate supplementari. Per ricavare ogni anno un importo dell’ordine di 4-8 miliardi di franchi, aveva spiegato il Governo, il gettito dell’imposta federale diretta andrebbe incrementato nella misura del 14-28%. Oppure si dovrebbe aumentare l’IVA fino a 2,5 punti percentuali, vale a dire molto più di quanto ipotizzato finora per esercito e 13.AVS messi insieme. E la fattura andrebbe soprattutto a carico delle prossime generazioni.
Ma non è l’unico inconveniente. L’efficacia di questi interventi a gestione centralizzata basati esclusivamente su sussidi è ancora tutta da dimostrare. Esiste, per contro, il rischio di indebolire gli incentivi dell’economia di mercato, di frenare l’innovazione e soprattutto di sprecare risorse, specialmente se gli aiuti vengono accordati in modo inefficiente per compiti che i destinatari svolgerebbero comunque, senza il concorso della mano pubblica. Il cambiamento climatico avrà sì dei costi, ma essendo un fenomeno globale non si capisce come la Svizzera – che produce solo lo 0,1% dei gas serra – possa contribuire a ridurre questi costi. La montagna (di soldi) rischia di partorire un topolino (in termini di risultati). Un’alternativa più efficace, invece, c’è già. Prevede misure mirate di sostegno e promozione, basate anche sul principio di causalità (chi inquina paga). Non sarà perfetta, perché resta ancora molto da fare, ma è sicuramente più sostenibile.
