Perso il treno, ora la Giustizia aspetta il Tram

Perso il treno, la Giustizia si ritrova ora ad aspettare davvero il Tram. No, non parliamo dell’acronimo del Tribunale amministrativo, sempre più spesso chiamato in causa quando si parla di grandi progetti, bensì del tram vero e proprio. Ossia della rete tram-treno del Luganese e soprattutto alla sua futura tratta Centro-Bioggio, sulla quale il Terzo potere dello Stato dovrà con ogni probabilità fare affidamento. Questa è infatti la visione del nuovo responsabile politico della Giustizia, il consigliere di Stato Claudio Zali, divenuto tale dopo l’«arrocchino» in Governo con il collega Norman Gobbi.
Il direttore del Territorio ha le idee chiare: la Magistratura inquirente traslocherà in Malcantone, in uno stabile che verrà costruito a Cavezzolo; l’esistente Palazzo di Giustizia verrà parzialmente demolito, ristrutturato e adibito a casa dei giudici civili e penali. Era ora: l’edificio che si affaccia su via Pretorio ha più un’aura di palazzone governativo della Germania Est che di sede del Terzo potere dello Stato.
Molto però passa dall’accordo tra il Cantone e la Città per il passaggio di proprietà del terreno ex PTT di Viganello, il quale inizialmente ospiterà i giudici durante i lavori di restauro di Palazzo di Giustizia, e poi l’amministrazione. Fin qui tutto bene, se tra domanda e offerta non ballasse una quarantina di milioni di franchi.
Uno stallo, con Bellinzona e Lugano a guardarsi in cagnesco, che rischia di dilatare ancora di molti anni i tempi (già di per sé lunghi) per arrivare all’agognata soluzione. Era il 2019 quando il Cantone approvò il credito per l’acquisto dello stabile EFG, poi affossato in votazione popolare. Certo, di mezzo ci sono state, nel 2020, una tragica pandemia globale che ha imposto un’austerità finanziaria e, nel 2021, l’approvazione del referendum finanziario obbligatorio indiretto. Ma davvero non si poteva fare meglio? I tempi per portare il credito in Parlamento prima della micidiale combinazione citata poc’anzi, c’erano. E di norma, questi messaggi passano come la classica lettera alla posta. Un po’ come i crediti per gli impianti di risalita, sempre accompagnati da un’entusiasta abbondanza di relatori per l’unico, favorevole rapporto commissionale.
Sfumato il (forse un po’ troppo) faraonico palazzone EFG, ci si è affidati a una grida dove pubblico e privati sono stati chiamati a mettere sul tavolo (e bloccare) delle proposte. Poi divenute carta straccia circa un anno più tardi, in virtù dello scambio leghista di Dipartimenti. Zali, su questo ne crediamo si possa esserne certi, andrà dritto per la sua strada. Dall’altro lato della barricata c’è sempre il «villaggio gallico in riva al Ceresio» con il suo sindaco Michele Foletti, anche lui poco incline a farsi condizionare o dettare la linea politica da terzi. Spetterà a loro trovare l’accordo su Viganello. Un’intesa che, si badi bene, non significa svendere un investimento di diversi anni fa, così come non impone di partecipare al risanamento delle casse cittadine quando le proprie di certo non traboccano d’oro. Tra enti pubblici, il dialogo dovrebbe essere più agevole. Vien da dire bentornata, «politica estera» luganese. Non si arrivasse a un accordo, poco male: per una soluzione provvisoria si possono valutare altre destinazioni, e la Città, che per quel terreno ha già un indirizzo dettato dalla politica, non sarebbe costretta a rimetterci.
Anche la Giustizia dovrà fare la sua parte. Qualora si dovessero pronunciare nuovamente i cittadini, i recenti gli scossoni in seno al Terzo potere non aiutano a «domandare» loro una nuova casa. Tra caos al TPC e i dissapori sotto lo stesso tetto tra due magistrati che, ironia della sorte, si occupano di divorzi, l’immagine verso l’esterno ne ha decisamente risentito.


