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Ricordi e ricorrenze

Il Corriere della Sera di mercoledì scorso ha dedicato una pagina alla ricorrenza delle Cinque Giornate di Milano del 1848 che si celebra in questi giorni
Salvatore Maria Fares
Salvatore Maria Fares
20.03.2026 06:00

Il Corriere della Sera di mercoledì scorso ha dedicato una pagina alla ricorrenza delle Cinque Giornate di Milano del 1848 che si celebra in questi giorni. Sulla pagina c’è l’immagine di Cristina di Belgioioso ritratta da Hayez, l’eroica principessa di origini mesolcinesi che si dedicò molto all’indipendenza dell’Italia. A guidare la rivolta milanese c’era Carlo Cattaneo del quale ricorrono i duecentoventicinque anni della nascita, mentre ricorrono, ricordati da giornali e tv, gli ottanta anni della Repubblica italiana. Sono parecchi i legami del Ticino con le lotte e le operazioni per la vicina Repubblica che durante il fascismo aveva costretto molti pensatori a lasciarla. È una Lugano liberale a consentire che si muovano nel cuore cittadino molte azioni di preparazione del Risorgimento, in una Confederazione che guarda con occhio antiaustriaco la situazione italiana. Berna, e non solo la capitale, ha motivi nel sostegno alla formazione di una nuova Italia che presto diventerà Stato unificato; spetta però a Lugano la primazia effettiva dell’azione risorgimentale, anche con uomini propri. All’indomani dell’insurrezione di Milano passarono da Chiasso centinaia di esuli, il più radicato dei quali sarebbe stato il Cattaneo, che avrebbe diretto la più feconda e importante officina di idee liberali che era la Tipografia Elvetica di Capolago. La sua personalità gli permise la creazione a Lugano di un elevato Liceo. L’Austria era disturbata dall’attività clandestina degli italiani in Svizzera e non poco dovevano barcamenarsi le autorità federali per “coprirli”. Sia Vienna che il Piemonte premevano per l’espulsione di Mazzini. Le autorità elvetiche rispondevano con malcelato candore che non avrebbero saputo dove notificare la diffida. La popolazione svizzera non nascondeva infatti la sua simpatia verso la causa italiana e Mazzini era ben visto. I repubblicani ticinesi ne erano sostenitori contro i conservatori, che erano filoaustriaci poiché vedevano nell’aquila bicipite la garanzia della tutela della cattolicità che avrebbe vacillato nel caso di un unitarismo italiano filosabaudo. Cattaneo auspicava un’Italia sul modello elvetico, dove le libertà anche religiose convivono nell’andamento unitario dello Stato. E affermò che non ci sarebbero state concordia e libertà vere “fino quando non avremo gli Stati Uniti d’Europa” sul modello svizzero. Mazzini fu più volte a Lugano, alla villa Tanzina; in trepidazione a Chiasso aveva atteso il momento per piombare su Milano. La Svizzera fu la sua casa dell’anima, dove nel 1831 volle fondare la Giovine Europa. Tutti sapevano che a Lugano, a Bienne o a Grenchen, di cui per evitarne l’espulsione era stato eletto cittadino onorario, e addirittura a Berna avrebbero potuto incontrarlo per strada. I manipoli che alla vigilia del ‘48 attendevano di liberare Milano erano spinti anche dalla sua tenacia cospirativa. Mazzini non ebbe che amiche devote, da Cristina di Belgioioso, allora residente a Lugano, che lo finanziò per l’infausta spedizione di Savoia, a Jessie Smith Mario, più incline all’ammirazione di Garibaldi, amico dei fratelli Ciani, che da qui sostenevano la causa italiana. Erano molti gli italiani a Lugano, liberali e repubblicani, più dissidenti fra loro che amici ma concordi nella volontà di una guerra totale risolutiva. Durante il fascismo l’accoglienza ticinese a profughi e partigiani fu ampia. Qui dagli anni Trenta visse esiliato a lungo Arnoldo Mondadori, che aveva diffuso in italiano gli autori più celebri, da Dos Passos a Pearl Buck. Fu grazie all’avvocato Pino Bernasconi che qui ebbero voce e accoglienza alcune personalità e pubblicò Finisterre a Eugenio Montale tenuto d’occhio in patria. Quando Carlo Cattaneo agita i milanesi nelle giornate del ’48, i giovani Emilio Morosini, Manara e i fratelli Dandolo sono sul campo insieme, come lo erano stati in altre battaglie antiaustriache e poi nel correre a dare man forte a Garibaldi che sostiene Mazzini nel temerario tentativo romano. La morte di Emilio Morosini suscitò emozione anche nei nemici francesi, che fissarono una tregua per il passaggio della sua salma avvolta nella bandiera. Un mese prima, a Villa Corsini, il piombo aveva stroncato anche il loro fraterno amico Enrico Dandolo. Dovette essere struggente - ed è strano che nessun pittore d’epoca ne abbai fatto un soggetto - la richiesta del conte Tullio Dandolo a Giovan Battista Morosini, padre di Emilio, di accogliere a Vezia le spoglie del figlio che non può tornare nella sua città. Il nobile Luganese di origine veneziana avrebbe avuto trenta giorni dopo lo stesso dolore.