Sanremo: beati gli ultimi, perché saranno ultimi

«Il mio obiettivo questo Festival? Arrivare ultimo». Lo ha detto sorridendo Chiello ai giornalisti poco prima del suo esordio sull’Ariston, con le facce del suo entourage visibilmente perplesse. Evidentemente non erano particolarmente coordinati sullo scopo finale della presenza del giovane lucano a Sanremo. Ma quello dell’ultimo posto è un tema ricorrente tra i cantanti più giovani, quelli che talvolta fatichiamo a definire «Big». Lo dicono con una superficialità che ogni tanto è spiazzante, come se la maglia nera fosse una medaglia alternativa. Un modo per posizionarsi fuori dalla gara, sopra la gara.
Gli ultimi saranno i primi, si dice. A Sanremo è accaduto, e in modo clamoroso. La memoria va subito a Vasco Rossi. Nel 1983, con Vita spericolata, arriva venticinquesimo su ventisei. Oggi quella canzone è una colonna sonora nazionale. Oppure a Zucchero, che negli anni Ottanta incassò più delusioni che trionfi all’Ariston: l’apice, se così possiamo chiamarlo, fu con Donne, arrivata penultima nel 1985 prima di diventata uno dei brani più rappresentativi del repertorio di uno degli artisti italiani conosciuti a livello internazionale. O ancora Toto Cutugno, bocciato nel 1983 con L’italiano, poi trasformato in ambasciatore melodico nel mondo.
Ma quei casi appartengono a un altro Sanremo. Un altro equilibrio. Quarant’anni fa il peso delle giurie era decisivo, spesso perbenista, talvolta miope. Il pubblico aveva meno voce. Il tempo ribaltava i verdetti perché la classifica non coincideva con l’ascolto reale. C’erano canzoni «non da Festival» che esplodevano fuori dal perimetro televisivo, trovando nella radio e nei live la loro consacrazione.
Oggi il sistema è diverso. Il televoto conta molto di più. E quando il pubblico si mobilita davvero, può diventare determinante: lo ha dimostrato il caso Geolier nel 2024, dove la spaccatura tra l’opinione del pubblico e quella dei giornalisti è diventata un vero caso. Per quanto il sistema di votazioni sia stato adattato proprio per evitare situazioni simili, oggi è difficile che una canzone realmente amata finisca ultima per poi diventare improvvisamente un successo radiofonico. Se un brano funziona magari non vince, ma è impossibile che arrivi ultima.
Ed è qui il punto. Negli ultimi anni, chi è arrivato ultimo lo è stato – nella maggior parte dei casi – perché aveva portato qualcosa di oggettivamente debole. Non «incompreso». Non «troppo avanti». Debole. Non mi pare di aver ancora sentito il grande riscatto radiofonico di personaggi come Riki, Random, Sethu o Fred De Palma. L’ultima dell’ultimo anno, perdonate il gioco di parole, è stata Marcella Bella, ma il suo brano Pelle Diamante è unanimemente una delle canzoni più brutte degli ultimi anni, mettendo incredibilmente d’accordo tutti.
L’eccezione è stata Tananai, che nel 2022 portò Sesso occasionale. Brano pure carino, ma cantato in modo tragico. È vero che quanto fu nominato ultimo fece il simpatico ridendo e scherzando sui social, quasi come se avesse vinto. La realtà è che l’anno dopo si presentò con Tango, arrivando terzo, cambiando totalmente genere e, soprattutto, prendendo lezioni di canto. Quel sorriso che tutti hanno visto e apprezzato era quindi forse molto più amaro di quanto avesse fatto credere.
La realtà è meno romantica del mito. Arrivare ultimi oggi raramente è un errore storico. Più spesso è il riflesso di una proposta fragile, mal costruita, vocalmente imprecisa o artisticamente poco convincente. Certo, la musica non vive di classifiche. E nessun artista serio scrive esclusivamente per «vincere». Ma tra il rifiuto della competizione e l’autoassoluzione preventiva c’è una differenza.
Arrivare ultimi non è un atto rivoluzionario. La verità, per quanto poco poetica, è semplice: alcune canzoni, a volte, sono davvero brutte. Non provocatorie. Non troppo sofisticate per essere capite. Semplicemente brutte. E non c’è nulla di onorevole o divertente in questo.


