Scambi globali, due facce

I commerci mondiali stanno in evidenza rallentando, ma al tempo stesso stanno mostrando una resilienza per certi aspetti superiore alle previsioni. Sono le due facce della medaglia attuale degli scambi globali. Da un lato è inevitabile che la velocità diminuisca, visto che le tensioni geopolitiche restano molto alte, che le guerre non diminuiscono, che i dazi, soprattutto americani, pur variando rimangono nel quadro. Dall’altro lato le frenate di export e import secondo i dati sin qui disponibili sono nel complesso meno pesanti rispetto a quanto previsto da molti in precedenza, si intravedono resilienze diffuse.
Nel suo aggiornamento di questo mese, il Fondo monetario internazionale (FMI) ha ridotto la previsione di rallentamento degli scambi per il 2026. I commerci mondiali totali, cioè merci più servizi, dovrebbero per l’FMI registrare quest’anno un volume in aumento del 3,5% e non del 2,8% come aveva indicato nell’aprile scorso. Si tratta comunque di una netta frenata rispetto all’incremento del 5,1% del 2025, ma il contenimento del rallentamento è pure un segnale. Per l’anno prossimo l’FMI prevede ora un 4,3%, superiore al 3,8% stimato ad aprile; una risalita più marcata, dunque, seppure ad un ritmo certo inferiore a quello del 2025.
La media dell’aumento del volume dei commerci mondiali è stata del 3,2% nel decennio 2008-2017 e si avvia ad essere di circa il 3% per il decennio 2018-2027, sempre sulla base delle previsioni FMI. Naturalmente, queste ultime tengono conto di quanto sin qui analizzabile e dello scenario ritenuto più probabile per i prossimi mesi. Il quadro può peggiorare o migliorare, basti pensare alle dinamiche dei conflitti bellici e ai blocchi dello Stretto di Hormuz. Resta però il fatto che sinora i commerci globali, come la stessa crescita economica mondiale complessiva, pur registrando chiari rallentamenti non stanno subendo cadute verticali. La Svizzera, per inciso, nell’ambito delle economie avanzate è tra quelle che stanno mostrando una resilienza apprezzabile sia nella crescita sia nei commerci, considerando sempre il complicato il quadro generale. Non ci sono, e non potrebbe essere altrimenti, risultati particolarmente brillanti nemmeno a livello elvetico, ma c’è una tenuta che sarebbe sbagliato sottovalutare.
Le ragioni per cui i rallentamenti economici mondiali non si sono sin qui trasformati in recessioni internazionali (se non, per ovvi motivi, nel 2020 pandemico) sono molte, vale la pena di ricordarne due tra le principali. Una ragione è che nei decenni passati la globalizzazione economica, basata in larga misura su un ampliamento del libero scambio, ha consentito a molte imprese e a molti Paesi di accumulare risorse che sono poi state usate, e ancora lo sono, per mantenere o rafforzare le attività economiche, anche quando il quadro è appunto meno favorevole oppure chiaramente avverso. Ciò comprende spesso anche la diversificazione di prodotti e mercati, con una conseguente limitazione dei danni derivanti dai dazi e da altre barriere protezionistiche.
Un’altra ragione è che l’innovazione tecnologica da un lato crea alcuni problemi ma dall’altro fornisce anche molte opportunità, in termini sia di servizi sia di produzione, e le opportunità colte stanno permettendo di aggiungere una spinta ulteriore alle attività economiche. Lo si è visto, tra l’altro, prima con la massiccia estensione di Internet e poi con lo sviluppo, in corso, di beni e servizi legati all’Intelligenza artificiale. Restano interrogativi sui ritmi a cui quest’ultima potrà continuare ad espandersi, ma il contributo alla resilienza di commerci e crescita sinora c’è stato ed è possibile che il traino tecnologico rimanga, pur con scossoni e oscillazioni nelle differenti fasi. È appena il caso di ribadire che tutto potrebbe andare decisamente meglio, se nel mondo il protezionismo tornasse a calare e se le tensioni geopolitiche fossero meno pesanti.


