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Il commento

Scuola e telefonino: un no esteso

Anche in Italia, con il nuovo anno scolastico iniziato lo scorso primo settembre, è entrato in vigore il divieto dell’uso dei cellulari o smartphone nelle scuole secondarie di secondo grado, che già vigeva per le scuole dei cicli precedenti
Robi Ronza
Robi Ronza
22.09.2025 06:00

Anche in Italia, con il nuovo anno scolastico iniziato lo scorso primo settembre, è entrato in vigore il divieto dell’uso dei cellulari o smartphone nelle scuole secondarie di secondo grado, che già vigeva per le scuole dei cicli precedenti. Lo ha stabilito il ministro della Pubblica istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, valutando che «i cellulari in classe rappresentano una minaccia per la socializzazione e l’apprendimento». In un’intervista al Corriere della Sera Valditara ha citato al riguardo gli esiti di una ricerca dell’Istituto superiore di sanità da cui è risultato che oltre un quarto degli adolescenti fa «un uso problematico dello smartphone, con ripercussioni sulla salute e sulle relazioni sociali. Il dispositivo viene quindi considerato non funzionale ai fini didattici, in un contesto dove le scuole sono sempre più digitalizzate». Da un dispositivo ogni sette studenti nel 2020-2021 si è passati infatti in Italia a uno ogni tre; inoltre un terzo delle scuole dispone di un tablet per ciascun alunno. Grazie a una spesa di 2,1 miliardi di euro tutti gli istituti sono stati poi dotati di lavagne elettroniche, Quindi, l’utilizzo di dispositivi personali per fini didattici non è più comunque giustificato. Il ministro ha poi chiarito che, a differenza dei cellulari, i tablet potranno essere utilizzati in classe per fini didattici. Inoltre nelle ore di educazione civica è stato chiesto agli insegnanti di dare indicazioni sull’uso consapevole dei dispositivi digitali, incluso il cellulare, e sui rischi legati alla rete.

Possono continuare a utilizzare il cellulare come strumento di supporto gli alunni con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento L’uso è consentito anche in caso di necessità personali motivate o quando è funzionale allo svolgimento di attività didattiche specifiche, in particolare negli istituti tecnici e professionali.

A partire dalla Francia, che li vieta nelle scuole primarie e secondarie dal 2018 (e da quest’anno pure in alcune scuole superiori), sono ormai numerosi i Paesi in Europa in cui il cellulare è stato bandito dalla scuola, o sono stati posti forti limiti al suo uso. In Svizzera, come è noto, dove la scuola è una competenza cantonale, la situazione varia da cantone a cantone. Ci sono cantoni che lo vietano del tutto, quindi anche nelle pause, altri che impongono di tenerlo spento, altri che lasciano che siano i singoli istituti scolastici o i singoli comuni a decidere. Si va da Ginevra dove il divieto è assoluto e vale anche per la paura pranzo a cantoni che puntano ad un suo impiego in vario modo controllato. In Ticino dal 2020 il DECS ha stabilito che gli alunni delle medie possono portare il cellulare a scuola ma devono tenerlo spento.

In Germania, dove pure la scuola non è una competenza federale, la situazione varia da un Land all’altro: la Baviera, il Saarland e la Turingia vietano da tempo l’uso degli smartphone nelle scuole elementari e speciali, le cosiddette Förderschule. Da quest’anno il loro uso a scuola non è più consentito in Assia; e pure a Brema nelle scuole elementari e secondarie fino alla decima classe i cellulari devono rimanere spenti all’interno dei locali scolastici. Il Brandeburgo e lo Schleswig-Holstein ne hanno ulteriormente limitato l’uso.

È in atto insomma in sede internazionale un vero e proprio movimento per l’esclusione dalla scuola dei cellulari o smartphone visti come strumenti che limitano la concentrazione e rallentano la crescita delle «competenze sociali dei bambini e dei giovani». Si sta diffondendo ovunque il convincimento che la scuola debba essere uno spazio protetto in cui gli alunni possano dedicarsi allo studio e alla socializzazione senza le continue distrazioni dei dispositivi mobili. In Italia da un sondaggio condotto dalla SWG risulta che il 76 per cento degli intervistati la pensa così, e in Svizzera l’82 per cento secondo un sondaggio della Sotomo.