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Fogli al vento

Serata di gala

Ce n’è ancora di strada da fare, anche dalle parti della Milano snob e ricco-progressista che spiava mercoledì sera la giovane donna romana
Michele Fazioli
Michele Fazioli
12.12.2022 06:00

Milano, «Prima» alla Scala: dentro, l’élite del Paese; fuori il popolo, nel loggione immenso della TV. Il palco reale (dove l’ultimo re ad affacciarsi fu un Savoia non rimpianto) ospita la vetrina istituzionale del Paese. Ogni repubblica ha bisogno del sogno inconscio di un monarca (salvo da noi: sette secoli senza regnanti permettono a Cassis di essere quest’anno un «capo di stato» senza aureola, che si reca al lavoro a piedi). Non tutti i presidenti italiani posseggono un carisma ma tutti, una volta eletti, mandano un profumo di trono. Sandro Pertini fu una specie di padre della patria, poteva dire tutto quello che voleva. Ma in generale tutti i presidenti hanno sempre camminato alcuni centimetri sopra il suolo, innalzati dalla funzione al cospetto del popolo italiano che ama avere un faro carismatico da ammirare anche se per fortuna ha deciso di fare a meno di un conduttore assoluto, dopo che un Duce aveva portato il Paese ad allearsi con i nazisti, deportare gli ebrei e perdere la guerra. Entrando mercoledì sera nel palco, Sergio Mattarella ha visto rivolti a sé migliaia di occhi di persone in piedi ed entusiaste: oltre cinque minuti di applausi, con grida di «bravo presidente!», «viva il presidente!». Il battimani sarebbe andato avanti chissà fino a quando se il povero presidente non avesse fatto segno più volte di placarli. (È di ieri la notizia che Mattarella ha contratto il Covid, per fortuna in modo blando, forse proprio alla Scala: il virus non guarda in faccia nessuno). Accanto a Mattarella sorridevano Ursula von der Leyen, regina d’Europa senza corona, la gentile figlia del presidente vedovo e Giorgia Meloni, prima donna diventata presidente del consiglio italiano. Tutt’intorno, signori in smoking, signore in lungo, mille lampadari e fiori, milanesi in tiro, liturgia perfetta. Il Maestro Chailly dà l’attacco a Fratelli d’Italia, tutti impettiti (nessuno canta le parole, quello è un compito arduo che chissà perché è chiesto solo ai calciatori). Segue l’inno dell’Europa e infine comincia la musica vera. Era di scena il Boris Godunov composto dal russo Musorsgskij nel 1869: l’ambasciatore ucraino in Italia avrebbe potuto evitare di auspicare che gli italiani rinunciassero ad allestire per Sant’Ambrogio un’opera russa. A quando la richiesta di boicottare «Guerra e pace»? Come già lo scorso anno, l’apoteosi per Mattarella appare tanto più curiosa quanto invece è defilata e grigia la figura del personaggio, che fu un politico e giurista democristiano colto, intelligente e discreto, trovatosi issato alla carica più alta della repubblica quasi come un notaio affidabile, poi gli hanno imposto il bis per i pasticci dei partiti sull’orlo di una crisi di nervi. Il presidente italiano non ha grandissimi poteri, a differenza di quelli quasi assoluti del presidente americano e di quelli creati da De Gaulle per il presidente francese. Mattarella sta in alto, dietro le quinte della politica attiva, se interviene lo fa come la VAR con gli arbitri di calcio frenando errori e suggerendo. Eppure quei cinque minuti di applausi e grida alla Scala sembravano dire che sul palco reale stava davvero un «uomo del destino» senza il quale l’Italia si sfascerebbe. Che sia in qualche modo anche il segno della pochezza del resto della politica italiana, da parecchi anni confusa in una macedonia di partiti e partitini? Da quella macedonia è uscita comunque vincente, per insipienza altrui e fiuto politico suo, Giorgia Meloni, passato di destra estrema poi stemperata (tutti, da destra a sinistra, tendono a stingere i colori forti delle sbornie ideologiche giovanili). Meloni ha cianfrusaglie imbarazzanti nel vecchio armadio della sua famiglia politica e compagni di strada mezzo bruciati. Ma appare abbastanza tosta, andrà giudicata sui fatti e non sui pregiudizi altrui, a cominciare da quello sul suo essere donna. Alla Scala l’attendeva un esercito di cronisti con flash e telecamere. Meloni, con compagno discreto al seguito, è stata bloccata e fatta girare come una trottola per inquadrarla tutta nel suo elegante abito: «presidente, presidente, si fermi, si volti di qua, di là!». L’avrebbero fatto con un presidente del Consiglio maschio? Domanda di una giornalista: «Presidente, chi le ha fatto l’abito ?» E la Meloni: «Armani», e poi via. È stata gentile. Avrebbe potuto dire: «E a lei cosa gliene frega? Chiedevate ad Andreotti chi gli aveva confezionato l’abito?».  

Ce n’è ancora di strada da fare, anche dalle parti della Milano snob e ricco-progressista che spiava mercoledì sera la giovane donna romana la quale, venendo da destra, ha piazzato una bandierina femminile al vertice della nazione italiana, cosa che in tanti anni di potere la sinistra, femminista a parole ma maschilista nelle poltrone, non è mai riuscita a fare.