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Tra il dire e il fare

Siamo europei, niente social?

La tecnodestra americana, a partire dal suo lider máximo, ne spara così tante, a raffica, che bisogna per forza chiedersi che cosa c’è dietro
Alessio Petralli
09.02.2026 06:00

La tecnodestra americana, a partire dal suo lider máximo, ne spara così tante, a raffica, che bisogna per forza chiedersi che cosa c’è dietro. Siamo di fronte a psicopatici incontrollabili o c’è un disegno politico, magari governato nell’ombra, non si sa bene da chi?

Facciamo due recenti esempi concreti che ci hanno sconcertato più di altri. Il primo è l’SMS che il commander in chief ha inviato al premier norvegese Jonas Gahr Store il 18 gennaio 2026. La sostanza del messaggio è la seguente (libera traduzione e riassunto sono nostri): «Dear Jonas, visto che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Nobel che mi merito, non penserò più solo alla pace ma soprattutto a ciò che è buona cosa per gli Stati Uniti».

A parte il fatto che ad assegnare il Nobel per la pace non è il governo norvegese (quindi il destinatario è sbagliato), pare il messaggio di un bimbo che ha da poco iniziato la seconda elementare (o il secondo mandato). L’equivalente potrebbe essere qualcosa del tipo: «Ah sì, non mi date la fascia di capitano che mi merito eccome, allora visto che il pallone è mio non si gioca più a calcio ma si gioca a basket, magari in Groenlandia (di cui si occupa la seconda parte dell’SMS)!». Ma chi l’avrà scritto mentalmente e fisicamente quel messaggio? È davvero un’idea impulsiva presidenziale e quindi l’ha pensato (si fa per dire) e digitato direttamente lui? Oppure uomini e donne di sua fiducia dietro le quinte gliel’hanno proposto con lo scopo di spararne una davvero bella grossa per tenere ancora più occupati i media (quindi anche noi, nel nostro piccolissimo, ci stiamo cascando). Propendiamo per la seconda ipotesi.

Secondo esempio: il governo di Pedro Sánchez, sulla scia dell’esempio australiano, ha deciso di proibire i social in Spagna al di sotto dei sedici anni. Prima di proseguire, confessiamo di essere di parte: assieme a Emmanuel Macron, Sánchez è il politico europeo che più ci piace e che più dà fastidio alla nomenklatura statunitense, forse perché incarna quell’Occidente liberaldemocratico che resiste e che gli americani hanno gettato alle ortiche, se è vero che quell’America non c’è più («America is over!»).

In Europa, e non solo, sono in tanti ormai ad andare nella stessa direzione dell’Australia e di Sánchez, con lo scopo dichiarato, finché si è in tempo, di salvaguardare il cervello dei giovani da zero a 16 anni dalla prepotente invadenza delle piattaforme che ben conosciamo.

Ecco che cosa ha commentato l’inventore di un’automobile elettrica che sta perdendo tantissimi acquirenti in Europa a favore di una, per ora, discreta sigla, BYD, cinese ma da compitare in inglese, che sta per «Build Your Dreams» («Costruisci i tuoi sogni»).

Riportiamo il breve post pubblicato da X-Man il 3 febbraio 2026 in lingua originale: «Dirty Sánchez is a tyrant and traitor to the people of Spain», il tutto concluso dalla tipica iconcina marrone che rimanda alla cacca. Lasciamo da parte il «tiranno e il traditore del popolo spagnolo » e concentriamoci un attimo su «sporco Sánchez». Abbiamo chiesto lumi a un amico linguista americano (che tradurrebbe piuttosto «porco d’un Sánchez »), il quale ci ha confermato la pesantezza che ha nello slang angloamericano quel «dirty» che non è solo un insulto «politico», ma che ha soprattutto un’immediata e volgarissima connotazione sessuale fatta apposta per omaggiare l’iconcina di cui sopra e per girare in rete alla velocità della luce.

Bisogna correre ai ripari e proteggere tutti noi, ma è ormai imprescindibile tutelare soprattutto i giovanissimi da zero a sedici anni.

Ma come? Da che cosa saranno riempiti quei sedici anni di blackout social?

Da una scuola e da un servizio pubblico all’altezza della sfida, se non vogliamo ritrovare i nostri giovanissimi in balia di rinnovati equivalenti del vecchio «sesso, droga e rock and roll». Che potrebbero essere «porno, videogiochi e chatbot». Ma visto che l’intelligenza artificiale non può essere vietata, ben si intravede il nuovo difficile compito di chi vuole fare un buon servizio (al) pubblico (scuola, radio, televisione, giornali…). Ci vogliono tanti nuovi «Alberto Manzi» e tante nuove «Non è mai troppo tardi». O immaginare da noi, tanto per dire, una sorta di «Radioscuola digitale». Urgono forme di alfabetizzazione dove i vecchi media possano trovare attuali ragioni d’essere. Restare inermi nelle mani di certa gente sarebbe una pessima idea. Dopo tanti anni passati «Sognando la California» tecnologica, ci risvegliamo da un incubo.