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Hockey

Su Patrick Fischer una macchia che rovina la festa

Dopo lo scandalo sul falso certificato anti-COVID la federazione ha protetto l'allenatore della Nazionale, ma è lecito chiedersi quale impatto avrà la faccenda sui Mondiali casalinghi del mese prossimo
Fernando Lavezzo
14.04.2026 16:41

Vaccinato alle critiche, piovutegli addosso dopo alcune delusioni sportive, Patrick Fischer ha sempre risposto con i fatti e i risultati, portando per tre volte la Nazionale all’argento mondiale e diventando il volto positivo, ambizioso e vincente dell’hockey svizzero. Ma a un mese dai Mondiali di Zurigo e Friburgo - e da quella che doveva essere la chiusura perfetta del suo decennale percorso sulla panchina rossocrociata - l’immagine del tecnico è stata macchiata, forse indelebilmente, dal falso certificato anti-COVID presentato nel 2022 per partecipare ai Giochi di Pechino. La sua confessione, forzata da uno scoop della SRF, è stata considerata sufficiente dalla Federazione elvetica per archiviare la faccenda e tirare dritto verso la rassegna casalinga. «Riteniamo apprezzabile che Fischer abbia deciso di rendere pubblica la questione e di ammettere chiaramente il proprio errore, dimostrando responsabilità personale e integrità», ha dichiarato un po’ ingenuamente il presidente Urs Kessler, in carica da settembre. Troppo facile. In realtà, l’ammissione è stata molto tardiva e ben poco spontanea, motivata unicamente da un’indagine giornalistica. Senza la quale, probabilmente, l’allenatore non si sarebbe sognato di condividere pubblicamente la sua malefatta. È vero, «Fischi» ha già pagato il suo errore come privato cittadino. Condannato nel 2023, ha versato 38.910 franchi di multa. Ma il coach della Nazionale non è solo un privato cittadino. È un simbolo, un rappresentante, un modello. Qui non è in discussione la sua volontà o meno di vaccinarsi. Scelta personale. Si tratta, però, di rispettare le regole. E a Pechino, Patrick Fischer ci è andato imbrogliando, mentendo al suo datore di lavoro (Swiss Ice Hockey), alle autorità svizzere e cinesi, ai suoi giocatori, ai tifosi elvetici, al CIO, al comitato organizzatore della rassegna e ovviamente a Swiss Olympic, responsabile di tutta la delegazione rossocrociata. Con le sue azioni, il coach ha messo a rischio la partecipazione della sua squadra alle Olimpiadi. A confermare la gravità dei fatti ci pensa la presa di posizione della stessa Swiss Olympic, che si dice «sorpresa e turbata», ritenendo che Fischer «abbia corso un rischio significativo per sé stesso, per la sua squadra e per la delegazione svizzera». Per poi aggiungere che «trasparenza e fiducia reciproca sono molto importanti» e che «questi valori sono stati ignorati da Patrick Fischer».

Insomma, la preparazione ai Mondiali, che scatta proprio in questi giorni con un campo d’allenamento e due amichevoli in Slovacchia, non poteva partire sotto peggiori auspici. Quanto emerso, sarebbe più che sufficiente per sollevare Fischer dall’incarico. Swiss Ice Hockey la pensa diversamente. Forse perché l’addio è già stato programmato da tempo, a fine torneo, con Jan Cadieux già pronto alla successione. Forse per senso di riconoscenza. Per non togliere a Fischer il suo ultimo grande ballo. Umanamente, comprendiamo il suo desiderio di chiudere questo lungo viaggio con il torneo di casa, già sfumato una volta nel 2020, quando il Mondiale in Svizzera venne cancellato proprio dalla pandemia. Ma la Federazione avrebbe dovuto prendersi almeno una pausa di riflessione, osservando le reazioni e parlando con i più diretti interessati: i giocatori. Dentro e intorno alla squadra c’è ancora il clima giusto per affrontare un mese e mezzo di emozioni e sollecitazioni? Oppure lo spogliatoio risentirà di questo scandalo? Fischer, che ha fatto dell’etica, del senso di appartenenza e della fedeltà al gruppo un mantra, punendo con l’esclusione i giocatori che hanno tradito questi valori, avrà ancora la stessa aura sui suoi ragazzi? Lo scopriremo tra un mese.

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