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Il commento

Sulla Svizzera si può contare

Il presidente della Confederazione Ignazio Cassis si esprime sulla guerra in Ucraina: «La posizione della Svizzera come Stato neutrale ma non inerte è chiara: l’attacco della Russia non può essere accettato senza fare nulla»
Ignazio Cassis
18.03.2022 15:58

La guerra contro l’Ucraina è anche una guerra contro l’architettura di pace dell’Europa. Questa guerra sta cambiando il mondo. La posizione della Svizzera come Stato neutrale ma non inerte è chiara: l’attacco della Russia non può essere accettato senza fare nulla. Ci vuole determinazione, disponibilità ad aiutare e volontà di restare uniti per guidare il nostro Paese attraverso questo periodo difficile.

Il brutale attacco bellico della Russia ai danni dell’Ucraina ha distrutto in un battibaleno un’epoca storica del nostro continente: la prima aggressione a uno Stato sovrano e democratico dalla Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Nello spazio di una notte i margini orientali dell’Europa sono diventati una polveriera. Con gravi ripercussioni sulle persone in Ucraina, ma anche sulla popolazione russa, sul mondo, sull’Europa e sulla Svizzera. La mancata consegna del grano russo e ucraino, prodotto vitale per la sopravvivenza, minaccia di causare carestie nei Paesi più poveri. Il mondo libero ha reagito, in questo punto di svolta nella lotta globale tra democrazia e oppressione, con un’unanimità eccezionale. Anche per il Consiglio federale è chiaro che la Svizzera non può e non deve subire questa guerra senza agire, ma deve prendere una posizione. Con sanzioni, con risposte adeguate a tutela del destino dei profughi in Svizzera e sul posto, con iniziative diplomatiche nonché con la disponibilità ad aiutare e la solidarietà di innumerevoli Svizzeri e Svizzere. Fa parte della nostra tradizione umanitaria.

Neutralità significa impegnarsi per la pace e la sicurezza
Questa guerra è alimentata da una forza distruttiva che disintegra tutti i principi della civiltà. Per tale ragione il Consiglio federale ha adottato integralmente i pacchetti di sanzioni dell’UE. Ciò ha richiesto attenzione e determinazione, perché le sanzioni devono essere impeccabili sotto il punto di vista del diritto della neutralità. Questo significa che non sosteniamo militarmente nessuna delle parti in conflitto, non inviando né truppe, né armi. D’altro canto, la politica della neutralità non è un dogma, bensì uno strumento flessibile della nostra politica estera e di sicurezza. Uno strumento legato a solidarietà e valori, orientato sia all’interesse nazionale della neutralità, sia all’interesse della comunità degli Stati. Per questo esiste un margine di manovra. Neutralità non significa non agire. La Russia ha violato il divieto di uso della forza, principio ancorato nel diritto internazionale, in un modo così grave che una mancata azione della Svizzera avrebbe fatto il gioco dell’aggressore. Questo è stato il criterio seguito dal Consiglio federale per prendere le proprie decisioni.

Tradizione umanitaria e buoni uffici
La storia ci insegna che arriverà un momento in cui le armi taceranno di nuovo. Con questo obiettivo la Svizzera è pronta a offrire la sua diplomazia e i suoi buoni uffici alle parti in conflitto e alle organizzazioni internazionali, per spianare la strada verso la pace. Questo è anche un pilastro della nostra politica estera, come la tutela degli interessi nazionali. Quindi, con la modestia di un piccolo Stato, dobbiamo lavorare con gli attori della politica di sicurezza globale per trovare il modo di uscire da questa guerra tremenda. Anche nella funzione di mediatrice, che ancora una volta combina le sanzioni condivise in modo solidale con il dialogo, la pressione con le vie d’uscita, la fermezza con la diplomazia.

Intanto la guerra porta con sé un crescente numero di profughi con la loro miseria. Si tratta soprattutto di donne e bambini. Solo un Occidente unito può affrontare una tale problematica. In questo contesto la costante disponibilità della Svizzera di accogliere e integrare sarà un contributo importante. Per questo abbiamo attivato uno statuto di protezione S, che consente ai profughi provenienti dall’Ucraina di soggiornare qui senza complicazioni, di trovare appoggio nella popolazione e un aiuto nella possibilità di ritrovare un senso alle loro vite. Nessuno sa quanto durerà questa guerra e quando sarà possibile tornare in Ucraina. Quello che è certo, tuttavia, è che anche i progetti di ricostruzione saranno parte della gestione del dramma dei profughi.

Contraccolpi, ma non depressione
Sebbene non sia paragonabile alla tragedia vissuta dalle vittime della guerra e dalle loro famiglie, anche da noi vi sono ripercussioni economiche che toccano le imprese, le economie domestiche, la quotidianità. Diversamente dalla pandemia di COVID-19, la Svizzera non è interessata direttamente, ma lo è senza dubbio indirettamente. E anche questa volta non si può prevedere per quanto tempo durerà, quanto grave sarà questa situazione e soprattutto dove colpirà con maggiore forza. La sfera di cristallo non esiste. Tre ripercussioni economiche risultano tuttavia probabili:

- innanzitutto dobbiamo fare i conti con le conseguenze a lungo termine. La dipendenza dal petrolio, dal gas e da altre materie prime della Russia ha un importante peso geopolitico e colpisce, in modo meno grave ma crescente, anche la Svizzera;

- in secondo luogo subiremo un netto aumento dell’inflazione e dei prezzi dell’energia;

- infine, il franco resterà una valuta rifugio, cosa che si ripercuoterà negativamente sulle esportazioni.

In altre parole: non vi sarà una soluzione che esenterà magicamente la Svizzera dal subirne le conseguenze. Anche se allo stato attuale, non prevediamo un crollo dell’economia o addirittura una depressione. È compito del Consiglio federale, insieme ai Cantoni, creare le condizioni quadro migliori per limitare danni e difficoltà, gestire il flusso di profughi e garantire la stabilità finanziaria. Dal 24 febbraio il mondo è cambiato, e non per il meglio. Libertà e democrazia devono essere di nuovo difese con coraggio. Questo ha un prezzo. E la Svizzera è disposta a pagarlo.

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