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Il ponte-diga

Terrazze sull’altro

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
17.09.2024 06:00

Sarà anche il confine più stabile e longevo d’Europa, secondo soltanto a quello che ancora oggi divide i regni di Spagna e Portogallo, ma la piccola linea invisibile tra la Svizzera italiana e l’Italia non è mai stata veramente inerte. Come ogni miglior confine, nei secoli ha funzionato tanto più, quanto più ha permesso le mescidazioni e gli scambi (di merci, persone, idee), come fanno le membrane osmotiche degli organismi unicellulari nei loro rapporti con l’ambiente circostante. Un confine così inteso è infatti sinonimo di vita; l’alternativa è la camera stagna. Il Luganese lo sa bene perché quella piccola linea invisibile diviene, chiusa tra le sue molte valli e le anse strette del Ceresio, un ghirigoro dei più contorti, attorno al quale è praticamente impossibile definire in modo netto che cosa sta di qua e che cosa invece sta al di là della frontiera, che cosa è nostro e cosa è "loro", se pure queste distinzioni hanno senso al di fuori di un piano strettamente giuridico. Proviamo ad affacciarci da Gandria: ad alzo zero, di fronte a noi, le cantine al di là del lago e un museo che più svizzero non si potrebbe. Lo dice il nome, sintatticamente curioso, di Museo delle dogane svizzero (perché non Museo svizzero delle dogane? Forse in ricordo del famoso "burro per arrostire svizzeri" e altre amenità linguistiche confederate). Se alziamo lo sguardo di qualche metro, siamo in Italia, e lo stesso avviene a parti invertite da quasi ogni angolo del Ceresio.

È notizia di queste settimane la volontà - italiana, ma c’entra inevitabilmente anche con noi - di provare a riattivare la storica funicolare che da Santa Margherita Valsolda portava a Lanzo d’Intelvi. Nata all’inizio del Novecento da un’iniziativa al contempo italiana e svizzera (appunto), fu costruita anche grazie a partecipazioni della BSI (sic transit) e della SNF, la Società Navigazione Lago di Lugano che un tempo, non per nulla, conteneva pure la F di "ferrovie". La stazione a monte, al Belvedere di Lanzo, potrebbe essere trasformata presto in museo grazie a un progetto Interreg. A pochi passi, per chi vuole, ci sarebbe anche il Balcone d’Italia sul Sighignola, dove per fortuna invece non hanno mai finito di costruire la funicolare che saliva da Campione, già sufficientemente provato nelle sue architetture novecentesche. Il bello di questi belvederi e di questi balconi, è che di italiano hanno soltanto il nome, perché tutto quello che si vede da queste straordinarie terrazze sul lago è solo Svizzera. Altre mescidazioni.

E già che siamo entrati in Valle d’Intelvi, non finisce di rallegrarmi la storia, oramai datata ma sempre viva, del salvataggio della casa storica di Maria Corti (1915-2002) in località di Pellio Inferiore, al cosiddetto "Carlàsc" (castellaccio). Il rischio che l’edificio seicentesco andasse perduto è stato scongiurato grazie all’intervento privato di alcuni amici, tra cui i ticinesi Fabio Pusterla, Guenda Bernegger e Mario Veragouth, che l’hanno poi trasformato in residenza per scrittori in ricordo della celebre filologa. Servisse un nume tutelare degli scambi trasfrontalieri e della non-paura del diverso, sceglierei proprio Maria Corti, che nei suoi anni di insegnamento a Pavia e Ginevra ha formato generazioni di studenti alla passione per la letteratura e la storia, non permettendo loro di abbassare mai l’asticella della curiosità e del desiderio di conoscenza. Un bell’esempio è il volume appena ristampato, e presentato proprio a Pellio lo scorso 7 settembre, con il suo Catasto magico dedicato alle secolari mitologie dell’Etna, un libro suggeritole da una notte di camminate sotto il vulcano. Il San Salvatore, il Brè e il Sighignola non sono altrettanto affascinanti (e per fortuna molto meno pericolosi), ma forse abbiamo anche noi qualcosa da imparare, sporgendoci dalle loro terrazze.