Un altro quarto di secolo

Il nostro tempo, sebbene innovativo in ogni ambito, appare confuso anche con azzardi che solo i sociologi e i politologi riescono a valutare, mentre alla gente comune resta la speranza che il domani porti occasioni migliori di vita e di convivenza. È almeno certo che a rimedio di malattie e sofferenze fisiche la scienza procede verso miglioramenti. I rapporti fra le nazioni poggiano tuttavia sulle palafitte dell’imprevedibile. Il primo quarto di secolo che si è chiuso ha rinnovato conflitti e inquietudini che segnano. Già il secolo scorso si era aperto con una grande guerra alla quale seguì una pace corta. «Niente di nuovo sul fronte occidentale», il celebre romanzo di Remarque, confermava che dalla radice della Storia il rumore di fondo delle guerre e delle contese è permanente.
Resta viva la poesia del Nobel Salvatore Quasimodo che scrisse: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga / con le ali maligne, le meridiane di morte / t’ho visto dentro il carro di fuoco, alle forche/ alle ruote di tortura». Dopo il lancio delle atomiche il poeta lanciava un monito alle nuove generazioni sulle quali iniziavano a illuminarsi tecnologie e conquiste scientifiche di speranza, dalla diffusione della televisione ai vaccini. Come lo svizzero Giovan Pietro Vieusseux auspicava il dialogo e il confronto ma le parti che si scontrano sono sempre troppo distanti fra loro, nonostante i ravvicinamenti tecnologici che consentono dialoghi spesso fra semisordi. Questo secolo si è aperto con un attentato a New York che ci portò ad assistere in diretta a nuovi fermenti di inquietudini. Questo nuovo quarto di secolo si è aperto con fuoco, dolori e altri spari. Oggi alcune tensioni angoscianti percuotono la brocca della cronaca che ci sommerge ma alla quale chi ne è distante offre ormai l’attenzione dell’abitudine. Nuovi probabili scontri sono dietro il sipario. Tutto ci arriva mediato e senza le grida reali. Ho sentito molti argomentare gli accadimenti come segni della superstizione e della malasorte. Meglio dare un calcio alle superstizioni, che continuano a nuocere e per taluni sono un incubo.
Il grande filosofo Benedetto Croce diceva: «Non è vero, ma ci credo!». E dava il sopravvento all’emotività sebbene la ragione gli suggerisse altro. C’è una lista di superstizioni che va dalla paura di un gatto di un certo colore al transito sotto una scala, che sarebbero due dei maggiori indizi di scarogna. Ma se uno segue le superstizioni non vive più. Dai numeri negativi ai sogni, se davvero le superstizioni avessero corso ci sarebbe da girare con il cornino rosso. Una volta ai neonati regalavano un corallino. I capolavori di tanti grandi maestri, a partire da Piero della Francesca, mostrano Gesù Bambino col corallino appeso al collo. In greco dicono che sia apotropaico, allontanatore del male, e quindi propiziatorio. Qualcuno dirà di essere talmente scarognato che sarebbe bene per lui andare a vivere sulle barriere coralline. Come il corallo, il rosso era il colore propiziatorio di fine e inizio anno, dagli indumenti intimi al fazzoletto. Ma non di certo il rosso del sangue. È la debolezza umana che rende anche simpatico l’uomo che si aggira sulla terra sperando sempre nella buona ventura, perché crede che accanto a noi ci sia una legione di folletti pronti a insidiare la nostra felicità. Le felicità però si perdono per errore. Chi dà un calcio alle chances si fa da solo il proprio destino, con o senza cornino o con il sale in tasca ma non in zucca. Il girotondo degli oroscopi è una giostra sulla quale saliamo tutti ogni tanto, ma non sappiamo su cosa saliremo una volta scesi dalla giostra terrena. Il piacere della speranza è consolatorio ma c’è sempre quello che Giacomo Leopardi chiama l’apparir del vero. Per taluni il bene sono la salute e la felicità e per altri i soldi, ad altri invece basterebbe semplicemente guarire da un’emicrania.
Alla fine, restando in Leopardi, saremo sempre qui a chiedere a qualsiasi venditore di almanacchi se l’anno nuovo sarà migliore di quello vecchio. C’era un simpatico personaggio che aveva inventato un calendario sempre vendutissimo con il quale segnalava profezie fondate: Frate Indovino. Raccontava le fasi della luna per le semine e indicava i rimedi contro il mal di denti e affidava la gente agli impacchi di malva. Oggi la chimica ha superato quell’antico provvidenziale decotto. Resta l’attaccamento al soprannaturale, che quando è buono è buona cosa. Credere che Saturno faccia sballare Venere è anche simpatico ma credere che il Sagittario nel Toro porterà buone cose è ancora da vedere. I bambini in tanti paesi muoiono ogni giorno.
