Un premio nella storia

Avvicinandosi la sessantesima edizione del Premio Campiello, attribuito a uno dei cinque autori finalisti scelti dalla giuria, desidero ricordare un ticinese che fece parte per tanti anni del comitato che valutava e proponeva i candidati. Una figura molto nota in ambito economico e culturale che se ne andò proprio dieci anni fa: Sergio Grandini, che per oltre vent’anni durante l’estate raccontò al nostro pubblico radiofonico i romanzi concorrenti e i loro autori. Quando registrammo le prime trasmissioni una volta arrivò con Piero Chiara che ci ascoltò oltre il vetro di regia e poi disse a Grandini, di cui era molto amico, che quelle presentazioni erano da raccogliere in un volume. Imprenditore in ambito assicurativo, era salito ai vertici economici e culturali. Le celebrazioni a volte sono l’occasione per sventolare la retorica delle nostalgie, per riesumare fatti e figure travolti dal tempo, sommersi dagli eventi, superati dal nuovo che avanzando offusca o cancella anche il passato prossimo. Non in questo caso. Il Premio Campiello ci offre sempre la prova di un evento che si rinnova, senza che i suoi protagonisti vengano cancellati. Nella successione degli anni i vincitori dei premi letterari segnano la storia della narrativa oggi ridondante di tanti autori. È appena stato attribuito il Premio Strega e fervono i preparativi della sessantesima edizione del premio veneziano. Quale dei due sia più ambito dagli scrittori non è stabilito, so però che il Campiello è il più amato. Sarà per la sua suggestiva cornice, sarà per la maggiore popolarità che attribuisce ai vincitori, però vedere il proprio nome nel palmarès del Campiello è il segreto inconfessato di tutti. La prima edizione si svolse nel 1963 al Teatro Verde dell’isola di San Giorgio Maggiore. L’evento destò molta attenzione non soltanto nel mondo delle Lettere. Gli industriali del Veneto, ai quali se ne deve l’istituzione, avevano fatto incontrare economia e cultura con un intento molto nobile, che era quello di premiare un’opera di narrativa che rappresentasse degnamente l’annata letteraria italiana. Il regolamento, da allora immutato, stabilisce che una giuria di addetti ai lavori scelga una cinquina fra i libri ammessi al concorso; successivamente un’altra giuria di trecento lettori anonimi attraverso una votazione segreta sceglie un vincitore unico. Arrivare nella rosa dei cinque finalisti è sempre stata un’ambizione di autori e editori, che vedono così ampiamente diffusi i loro titoli. Ricordo che Grandini frequentava le opere finaliste con passione e non poche volte stabiliva - e noi anche - rapporti con gli autori che poi venivano agli studi di Besso a raccontarsi. Divenuto un operatore economico fortunato, grazie alla sua capacità relazionale, la sua grazia interiore lo ha tenuto però sempre su due scrivanie. La sua professione da una parte, la letteratura e le arti figurative dall’altra. Una volta lo paragonai agli imprenditori del Rinascimento, che creavano fortune e al contempo favorivano le arti. E sul terreno dell’arte possiamo ascrivere Grandini a quegli attenti cultori che favorirono la conoscenza di artisti importanti in Ticino, e in certi casi anche a raggio nazionale, come favorì in Italia la conoscenza di alcuni nostri artisti. A molti offrì le sue pregevoli pubblicazioni natalizie nate in connubio con l’editore-stampatore Giulio Topi, dai primi Anni Settanta. Sceglieva temi di un grande nome e faceva una raccolta che entrava con sorprendente qualità di gusto in edizioni numerate nelle case di suoi amici e dei conoscenti più vicini e sensibili all’arte. Ogni volume recava una testimonianza di personalità con le quali aveva frequentazioni, dagli scrittori agli studiosi più noti. Ci regalò le lune di Italo Valenti, le cattedrali e i ponti di Franco Gentilini, ai quadri del quale Piero Chiara affidava la fortuna delle copertine dei suoi romanzi, convinto che un libro comincia sempre dalla copertina. Era sensibile agli scrittori. Penso ad esempio a quanto si sia adoperato per rendere meno duri i giorni dell’estrema vecchiaia di Riccardo Bacchelli, la cui difficile condizione portò in Italia a una legge di sostegno agli scrittori in difficoltà. Il tetro della Fenice a settembre si aprirà a questo anniversario del Campiello, al quale è giusto ricordare che per la sezione giovani hanno avuto i loro allori anche promettenti autori ticinesi, che ho visto felici fra il Ponte dei Sospiri e quello di Rialto, firmati da due architetti ticinesi.


