Un quadro politico mutato

Ampia eco ha trovato il commento del co-presidente del partito socialista e ministro delle finanze germanico Lars Klingbeil alle ripetute sconfitte del suo partito.
La socialdemocrazia tedesca si situa attorno al 14%, circa la metà della CDU/CSU o della AfD, il partito della destra. La ricetta del ministro: «Dobbiamo come società lavorare di più, abbiamo creato un sistema con il quale si invita a fare sempre meno». Oskar Lafontaine, già influente presidente socialista, suggerisce che se si vogliono riconquistare i voti del mondo del lavoro bisogna riprendere a parlare come parla la gente evitando di incapricciarsi con il linguaggio inclusivo di genere che, per l’ipersensibilità di piccole minoranze, impone l’uso di asterischi o barre confondendo le persone comuni che non capiscono anche perché papà o mamma debbano venir sostituiti da genitore 1 e genitore 2.
La reazione del ministro e il suggerimento di Lafontaine sono condivisibili ma non impediranno il declino di quel mondo socialdemocratico che, con conservatori e democristiani, ha ricostruito nel dopoguerra la democrazia in Europa. Il Partito socialista è scomparso in Italia, in gravi difficoltà in Francia e pure in pesante perdita di velocità oltre che in Germania in Inghilterra, in Austria e in diversi altri Paesi europei. Simile sorte è toccata pure in molte nazioni a conservatori-democristiani, assorbiti in Italia dalla sinistra già comunista, in difficoltà e perdita massiccia di consensi pure in Francia, Inghilterra, con il successo di Nigel Farage, ed Austria.
I due movimenti politici del dopoguerra, di sinistra e di destra, hanno realizzato nel 900 parecchio, anche nella socialità, perché pure nello scontro dei relativi programmi condividevano il quadro istituzionale, la difesa della società democratica e interclassista. Una società che è cambiata profondamente originando nuove forze ed espressioni politiche che cercano di approfittare delle mutate sensibilità e nuove esigenze.
Le comprensibili preoccupazioni per l’ambiente sono esondate nelle ideologie ed estremismi ecologici che hanno avuto presa sui ceti urbani acculturati. Questo più diffuso (ma non generalizzato) acculturamento ha creato una nuova frattura, quella degli «anywhere» che si muovono agevolmente nel mondo contro i «somewhere», limitati dal localismo stanziale. Il filosofo americano Michael J. Sandel (The Tyranny of Merit) critica pesantemente lo snobismo intellettualoide degli USA, la meritocrazia che divide il Paese con politiche «liberal-wokiste».
Situazioni che hanno la premessa in una scuola che non volendo umiliare nessuno promuove giovani che hanno difficoltà a leggere e far di conto. Sono i cittadini ideali per certi partiti politici e non dimentico Trump. Ma il più insidioso dei mutamenti politici con grande impatto sulla società è quello originato dagli intellettuali che genericamente potremmo definire «post comunisti». Già negli anni ’70 e ’80 si sono resi conto del prevedibile fallimento del comunismo russo e relativi vassalli, dell’inaccettabilità di dittature staliniane con inevitabili disastri di un sistema economico che distribuiva povertà.
Negli anni ’70 abbiamo intellettuali di grande livello quali i Marcuse, Foucault e colleghi filosofi e sociologi francesi, negli anni ’80 Chantal Mouffe con la teoria della «democrazia radicale».
Criticano intelligentemente l’inaccettabile stalinismo, considerano Marx un utopista, escludono la possibilità della rivoluzione dei lavoratori ormai imborghesiti. Nel contempo intendono combattere la società che vogliono abbattere e che individuano nel capitalismo consumista.
Non condividono per nulla il quadro istituzionale in atto e quindi avversano la socialdemocrazia, vogliono pure la rivoluzione ottenuta non con la forza delle armi ma scardinando le strutture della società attuale (specie borghese). Gli interpreti della rivoluzione non saranno i lavoratori ma i discriminati, i mortificati dalla società capital-consumista in virtù di atteggiamenti razzisti, nel genere (femminismo) e nella sessualità, che soffrono dell’eredità del colonialismo e della schiavitù. Per imporsi cercano di conquistare la lingua con il politically correct. Contano sul sostegno delle classi acculturate urbane, oltre che sugli eredi della colonizzazione e vittime del razzismo e altre presunte discriminazioni sociali.
Al successo in taluni ambienti ha fatto riscontro l’incomprensione dei ceti popolari indifferenti alle disquisizioni sul contributo dell’eolico ma giustamente sensibili alle bollette della luce e che, senza voler mancare di rispetto, sentendo parlare di «binari e non» pensano alle ferrovie e ai trasporti su gomma.
A tutto questo si aggiungono i problemi relativi ad una politica dell’immigrazione oscillante e contraddittoria con notevoli conseguenze sociali, in particolare l’aumento della criminalità, che impatta maggiormente sui ceti più deboli.
Da qui il successo elettorale in tutta Europa di nuovi partiti di destra che della lotta ai disagi dell’immigrazione fanno il loro programma.
Un quadro profondamente mutato, con una sinistra che vuole sostanzialmente demolire la società in atto, nel campo della famiglia, della genetica, della sessualità, dei rapporti etnici, dell’immigrazione, colpevolizzando il passato (cancel culture) cambiando la lingua e con i partiti storici carenti di progettualità, fragili e timorosi nel difendere la loro società, ed una reazione popolare della quale approfittano nuovi partiti di destra, il tutto con un pesante scontro istituzionale e situazioni debitorie nazionali che rendono difficile l’operare.


