Vita anteriore, futuro ostico

È raro trovare un libro tanto avvincente, che in poco meno di trecento pagine riesca a offrire al lettore un così ricco ventaglio di ricordi puntuali e di radicali cambiamenti, vissuti da una generazione che oggi ha ottant’anni o poco più. I riferimenti principali riguardano in particolare i primi decenni che seguono la Seconda guerra mondiale. Si pensa al periodo che va grossomodo dagli anni che precedono il boom economico alla fine degli «anni di piombo», che hanno insanguinato l’Italia fino ai primi anni Ottanta. Questi meticolosi ricordi, corroborati da una accuratezza linguistica di certo non comune, costituiscono un’operazione meritoria all’indirizzo delle giovani generazioni, ma anche di quelle vecchie, che non si rendono ben conto di «quel che scompare e va via». Sparizioni di varia natura che richiamano sul versante cognitivo il lungimirante La terza fase, pubblicato dallo stesso autore più di un quarto di secolo fa, sulle «forme del sapere che stiamo perdendo».
Il libro di cui parliamo si occupa di ciò che oggi rischiamo di dimenticare e si intitola La vita anteriore. È in sostanza un’autobiografia ragionata che illustra una parte considerevole della vita di Raffaele Simone, insigne linguista e saggista dagli interessi molteplici e dalla cospicua bibliografia, dalla quale andrà citato perlomeno il suo fondamentale… Fondamenti di linguistica, che resiste brillantemente da quasi quarant’anni!
La vita anteriore (Editori Laterza, 2026) è in effetti un «libro illustrato » («Memoria di una generazione, con figure » è il sottotitolo), ma con l’originalità di immagini proposte in bianco e nero, tutte della grandezza di un francobollo o poco più, che si inseriscono in maniera funzionale e armoniosa nel fluire preponderante del testo. Insolitamente una «tecnologia» che può venire in soccorso al lettore curioso si rivela essere la vecchia lente di ingrandimento, che permette ad esempio di scoprire la cittadina pugliese in cui il giovane Raffaele ha ottenuto la sua maturità con la media del 9.33, «forse la più alta d’Italia» secondo l’inopinato estensore della «lettera-francobollo» risalente al 1962. Nel suo testo Simone fa pochi nomi «in chiaro» e ci avverte subito che «la maggior parte dei nomi propri (di luogo o di persona) sono deliberatamente alterati o anagrammati per ragioni di privacy». Rimane comunque originalissima l’idea di questi «francobolli parlanti», che ci confermano inequivocabilmente, tanto per dirne una, che negli anni Cinquanta è davvero esistita una microvettura economica (si chiamava Isetta) nella quale si entrava incredibilmente in macchina sollevando il muso dell’automobile.
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente l’autore alcuni anni fa e ciò che mi aveva colpito dell’uomo, oltre alla manifesta sicurezza in sé stesso con relativa notevole forza d’animo, era stata l’inusitata schiettezza di certe sue affermazioni fatte sia in privato sia in pubblico. Detto un po’ semplicisticamente: una personalità di eccezionale spessore che sa il fatto suo e non le manda a dire. In questo libro questa caratteristica emerge chiara in alcuni punti, abbinata a una malcelata tenerezza e alla saggezza del figlio ormai anziano che ringrazia in esergo i genitori che gli hanno assicurato «il tesoro di un’infanzia felice».
Un libro scritto da un linguista sulla propria vita sarà inevitabilmente molto attento alle parole (un bell’indice analitico sarebbe stato utile), atteggiamento che si manifesta fin dall’inizio con una successione di termini che una volta si dicevano tranquillamente e oggi non si dicono più. Si va da «mongoloide (o mongolo)» a «testa di moro» (che non è però il nostro dolce «moretto» di una volta), da «esaurimento nervoso » a «storpio» o a «serva». Senza mezzi termini poi la stroncatura, quasi fantozziana, de Il piccolo principe, definito «vuoto e irritante», ma la sincerità più preoccupante è sistemica e si manifesta nelle righe finali che vedono un futuro a tinte più che fosche: «Non immaginavamo che le rabbiose contrapposizioni tra parti che si odiano e non vogliono solo combattersi, ma propriamente distruggersi, sarebbero durate fino a oggi, e forse dureranno per sempre». Ma qui ci vorrà un altro libro.Nel frattempo abbiamo recentemente rivisto Raffaele Simone intervistato il 17 marzo scorso dal bravo Giorgio Zanchini a Quante storie su Rai 3. Gran bella intervista (facilmente recuperabile su RaiPlay) a un 82.enne in piena forma! Oltre a uno sbiadito passato da non dimenticare e alla minaccia di un futuro cupo, abbiamo innegabilmente guadagnato molti anni di vita, un tempo privilegio di pochi.


