Cerca e trova immobili
Il Ponte-Diga

Volumi volanti

Nei giorni tra il 10 e il 15 aprile 1890, in via Bocca del Leone a Roma, si tenne un’incredibile vendita all’asta, di quelle che capitano meno spesso della morte di un Papa
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
29.05.2026 06:00

Nei giorni tra il 10 e il 15 aprile 1890, in via Bocca del Leone a Roma, si tenne un’incredibile vendita all’asta, di quelle che capitano meno spesso della morte di un Papa. Il catalogo di vendita, stampato da Dario Giuseppe Rossi nei giorni immediatamente antecedenti la banditura, prometteva infatti la possibilità di accaparrarsi «libri rari e preziosi provenienti per la maggior parte dalla ricca biblioteca del fu signor Carlo Fumagalli di Lugano».

A sfogliare oggi il catalogo c’è da restare sgomenti: più di cento edizioni antiche della Divina commedia, compresi alcuni incunaboli (cioè libri stampati ancora nel XV secolo), un certo numero di rarità del Cinque e Seicento e soprattutto una copia perfetta del famoso Polifilo, l’Hypnerotomachia Poliphili stampata a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 e attribuita da padre Pozzi a un singolare frate domenicano, Francesco Colonna. Che si tratti o meno del libro più bello mai stampato, come si legge sovente, è questione tutto sommato secondaria. Quel che è certo è che, con le 169 misteriosissime illustrazioni della sua “battaglia d’amore in sogno” (come recita il titolo), il Polifilo è da quattro secoli uno dei libri più ambiti dai collezionisti, al punto che pur non essendo così raro – ne sono state censite 200 copie – raggiunge oggi cifre da capogiro, attorno al mezzo milione di franchi.

Chissà dove sarà finita la copia di Carlo Fumagalli... Che poi verosimilmente non si trovava nemmeno a Lugano bensì a Canobbio, in casa di questo sfortunato discendente della nota famiglia di imprenditori e cartai, morto all’età di 47 anni lasciando vedova e nove figli nella condizione di dover (s)vendere una buona parte del patrimonio familiare. Bibliofilo e studioso di libri antichi, molto stimato dagli addetti ai lavori, Carlo Fumagalli aveva il titolo di viceconsole italiano a Lugano ed era fratello del garibaldino Luigi, morto a Milazzo nel 1860 quando ancora i ticinesi e gli italiani credevano nelle cause comuni.

Il vaporizzarsi in pochi giorni di quella che fu forse la più preziosa biblioteca privata mai ospitata nella Svizzera italiana fa riflettere su quanto effimero sia il destino dei libri, raccolti con cura e passione (e in qualche caso con un consistente dispendio di risorse) solo per vederli finire poi in altre mani, per la gioia o l’arricchimento di tanti sconosciuti. Medesima sorte toccò negli anni quaranta al patrimonio dell’antiquario lucchese Giuseppe Martini, trasferitosi a Lugano da New York nel 1929, e nel 1995 alla collezione libraria (pure pazzesca) di Max Favia del Core, con pezzi unici di Savonarola, rarità di storia dell’architettura e l’immancabile Polifilo.

Da qualche tempo non sembrava muoversi più nulla di serio, quand’ecco che il “Sole 24 Ore” ha confermato nelle scorse settimane la notizia – nell’aria già da un po’ – che in mezzo alle dune del deserto è riemersa la Biblioteca internazionale di gastronomia messa assieme dall’imprenditore italiano Orazio Bagnasco negli anni 80-90 e conservata per un trentennio tra Sorengo e Lugano, per le cure di Marta Lenzi. Notissima tra gli studiosi di storia dell’alimentazione, la BING (come era affettuosamente chiamata) era sparita dai radar nel 2014 e da allora si erano rincorse soltanto alcune speculazioni. A trovarla, nelle collezioni non ancora catalogate del Museo d’arte islamica di Doha, capitale del Qatar, è stato Simone Pregnolato, un ricercatore dell’Università Cattolica di Milano che lavora all’allestimento di un atlante della lingua italiana della gastronomia dal Medioevo all’Unità d’Italia. Si sarebbe potuto cercare di trattenerla a Lugano, tanto più oggi che la cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’UNESCO? Io credo di sì, con uno sforzo congiunto tra istituzioni (Città, Cantone, USI, qualche privato) e soprattutto con una maggior sensibilità per i beni culturali che passano sovente da qui, ma si fermano sempre troppo poco.