Crans-Montana: prima il grazie, poi la fattura

Scrivo come cittadino italiano residente in Svizzera da anni, con una formazione giuridica che mi permette di orientarmi nella materia. Lo faccio sentendomi del tutto estraneo alle strumentalizzazioni propagandistiche con cui il Governo italiano ha gestito questa vicenda sin dal primo momento — un approccio che non condivido e che trovo controproducente. Così come ho le mie riserve sulla gestione della crisi da parte delle istituzioni del Canton Vallese, che non è parsa all'altezza della gravità degli eventi. La tragedia è una tragedia: le responsabilità — di ciascun attore — verranno accertate nelle sedi opportune. Ma la responsabilità è soggettiva, non collettiva. Non è del popolo svizzero, così come non è del popolo italiano.
Detto questo, c'è un punto che mi preme sollevare e che trovo del tutto assente dal dibattito pubblico, anche sulle pagine di questo giornale: la dimensione etica e solidaristica della vicenda.
Sul piano strettamente giuridico, è corretto affermare che la normativa vigente — incluso il regolamento TEAM e i principi generali in materia di cure transfrontaliere — preveda che i costi delle prestazioni mediche siano ribaltati sullo Stato di cittadinanza e residenza del paziente. Su questo non vi è contestazione di principio. Esiste peraltro, nel costume dei rapporti tra Stati, un cosiddetto gentleman's agreement in forza del quale, in occasione di eventi di eccezionale gravità, lo Stato che ha prestato le cure può scegliere di farsi carico, in tutto o in parte, delle relative spese. Si tratta di una prassi consolidata, non di un'invenzione.
Ciò che però trovo singolare è la totale assenza, nel dibattito pubblico, di un riconoscimento — anche solo formale — di quanto l'Italia abbia fatto. Non è affatto scontato che un Paese, appena contattato, invii due elisoccorsi, dispieghi personale medico qualificato e accolga i feriti presso un centro di eccellenza assoluta come l'Ospedale Niguarda di Milano, senza esitazione e senza condizioni. È un atto di solidarietà concreta, tempestiva ed efficace, che ha salvato vite umane. Vite che, con le sole risorse disponibili sul posto in quel momento, non avrebbero avuto le stesse probabilità di sopravvivenza.
Le prestazioni mediche erogate dall'Italia hanno un costo reale, sostenuto dal sistema sanitario italiano e, in ultima analisi, dai contribuenti italiani. È del tutto plausibile che i costi già assunti dall'Italia siano superiori a quelli che la Svizzera le chiede ora di rimborsare. Ridurre la questione a un "l'Italia non vuole pagare" è, oltre che inesatto, profondamente ingeneroso.
Il punto di partenza corretto non è dunque la fattura, ma il ringraziamento. Dopodiché, con la serenità che solo il riconoscimento reciproco consente, si potrà discutere se la Svizzera intenda fondare i propri rapporti con i Paesi vicini su un principio di collaborazione e solidarietà, oppure su una logica esclusivamente contabile. La risposta a questa domanda non è neutrale: orienterà i comportamenti futuri di tutti gli attori coinvolti.
L'Italia — a Crans-Montana come altrove nel mondo — ha dimostrato un'elevatissima capacità di risposta solidale nelle emergenze. Questo va riconosciuto. Non farlo, lasciando invece filtrare un sottofondo di diffidenza verso il Paese e i suoi cittadini, non giova né alla verità né ai rapporti di buon vicinato che questa regione di confine, più di altre, ha il dovere di coltivare.
Concludo con una riflessione che nasce dalla lettura dei commenti degli utenti sotto gli articoli pubblicati su questo tema: commenti spesso intrisi di astio verso l'Italia e gli italiani, nei quali si alternano accuse di ignoranza e malafede. Sono consapevole che questi toni siano in larga misura il prodotto dell'imbarbarimento dei social e della superficialità con cui oggi si consumano le notizie. Ma proprio per questo il ruolo di un giornale serio rimane insostituibile: informare correttamente sui fatti, e offrire ai lettori opinioni ragionate — anche complesse — che li mettano in condizione di approfondire e di pensare. Senza questo presidio, la superficialità genera inevitabilmente risposte populiste, che su nessun argomento — tanto meno su uno così delicato — rappresentano una soluzione.
Dott. Riccardo Albieri


