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L'opinione

Credit Suisse, lo Stato mancò

La recente sentenza del Tribunale amministrativo federale, che contesta la legittimità dell’azzeramento degli AT1, impone di chiarire la catena delle decisioni e il coordinamento tra Finma, BNS e Governo
Giancarlo Bertoli
22.10.2025 06:00

La caduta di Credit Suisse nel marzo 2023 non fu un collasso patrimoniale, bensì un crollo di fiducia. La banca, pur ampiamente capitalizzata, fu travolta da un attacco speculativo e da deflussi di liquidità. Il sistema non cedette per debolezza contabile, ma per incertezza istituzionale incapace di ristabilire fiducia nei mercati. In situazioni simili, la prassi internazionale è chiara: lo Stato e la banca centrale intervengono come garanti di ultima istanza, offrendo liquidità e tempo per evitare il panico. In Svizzera accadde il contrario. Nel giro di pochi giorni, sotto la direzione del Consiglio federale, si decise la fusione d’emergenza di Credit Suisse con UBS, accompagnata dall’azzeramento di 16,5 miliardi di franchi di obbligazioni AT1. Una scelta rapida, imposta dall’alto, più politica che tecnica - e destinata a lasciare un segno profondo nella credibilità del sistema svizzero. Il paragone con il 2008 è inevitabile. Allora fu UBS ad aver bisogno di un massiccio sostegno pubblico.

La Banca nazionale svizzera e la Confederazione misero a disposizione circa 90 miliardi di franchi tra garanzie e linee di liquidità. In collaborazione con la Federal Reserve, venne poi creato il Long-Term Stabilization Fund (LTSF), un veicolo di risoluzione incaricato di assorbire circa 60 miliardi di attivi illiquidi, di cui circa 14 miliardi restarono infine a carico della BNS. L’operazione permise di stabilizzare UBS e di preservare la fiducia. Vale la pena ricordare che, già dieci anni prima, nel 1998, la stessa Federal Reserve di New York aveva guidato il salvataggio del fondo hedge Long-Term Capital Management (LTCM) — il “curioso Long-Term Fund” fondato da economisti premi Nobel come Merton e Scholes — evitando un contagio globale. Quel precedente americano fornì poi il modello di riferimento per il LTSF svizzero. Nel 2008 Credit Suisse non chiese alcun aiuto: superò la crisi in autonomia, confermando la propria solidità. Nel 2023, invece, una banca formalmente solvibile venne consegnata al suo principale concorrente, con le istituzioni che rinunciarono al loro ruolo di arbitro. Le autorità avrebbero invece potuto promuovere una soluzione di fiducia, coinvolgendo capitale privato e garanzie pubbliche. Nel pieno della crisi del 2008, Warren Buffett scelse di investire in Goldman Sachs con un’operazione di capitale visionaria: acquistò azioni privilegiate per 5 miliardi di dollari con rendimento al 10% e aumentò l’impegno con la sottoscrizione di ulteriori 5 miliardi in opzioni la cui conversione gli fruttò oltre tre miliardi di profitto. Fu un esempio di partenariato tra mercato e istituzioni. La Svizzera avrebbe potuto adottare un modello simile, invitando JP Morgan, Bank of America o altri investitori internazionali a partecipare a un piano di sostegno temporaneo. Invece, si scelse la via più breve: una fusione d’urgenza che risolse il problema contabile, ma aprì un problema di fiducia. A determinare l’esito non furono i mercati, ma le decisioni prese nelle stanze del potere. Il vero nodo non è la rapidità dell’intervento, ma la sua impostazione. La gestione apparve più amministrativa che strategica, con scarsa capacità di mediazione e di visione finanziaria. La conseguenza è stata un sistema più concentrato e meno dinamico, e un segnale ambiguo sulla prevedibilità del quadro normativo elvetico.

La recente sentenza del Tribunale amministrativo federale, che contesta la legittimità dell’azzeramento degli AT1, impone ora di chiarire la catena delle decisioni e il coordinamento tra Finma, BNS e Governo. La storia chiederà conto non tanto di chi firmò l’accordo, ma di chi non volle cercare alternative. Nel quadro del 2023, UBS si presentò come un acquirente forte, ben consigliato e consapevole della propria posizione di vantaggio. Avendo già vissuto la crisi del 2008 e beneficiato allora del sostegno pubblico, si trovò in una posizione negoziale eccezionale. Di fronte a un potere politico esitante e a un regolatore sotto pressione, UBS impose condizioni che le garantirono tutele legali e coperture finanziarie. Le istituzioni hanno così dato alla luce un colosso bancario “too big to fail”, che oggi sono costrette a spingere ad aumentare drasticamente le proprie riserve di capitale. Un paradosso evidente: le stesse autorità che promossero l’operazione giustificandola come unica via possibile ora ne denunciano gli effetti, dichiarando che non vi erano alternative. Eppure, la storia insegna che le alternative ci sono sempre, se si hanno il coraggio e la competenza per cercarle.