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L'editoriale

Critiche a Trump, ma solo a parole

Al di là delle aspre e violente polemiche, Trump è ancora in sella e nelle sue funzioni, duramente criticato sì, ma pienamente operativo. Fin troppo
Paride Pelli
15.04.2026 06:00

Si fa presto a dire che Trump è fuori controllo, che tra poco della diplomazia americana non resterà in piedi più nulla e che al successore del tycoon – che probabilmente sarà un democratico «per rimbalzo tecnico», visti i disastri attuali – toccherà un arduo lavoro di ricostruzione dei rapporti internazionali. Si fa presto ed è anche un’analisi un poco fuorviante, se non addirittura, come spesso accade oggi, volutamente polarizzante. Un giornalismo serio deve cercare ragioni concrete pure sotto la superficie di un’apparente follia, dal momento che, per ora almeno, possiamo escludere che Trump abbia reali problemi psichiatrici. Partiamo da un dato di fatto. Alle urne del 2024 Trump ha stravinto il suo secondo mandato, oggi è il presidente eletto dagli americani e non è, di sicuro, un uomo solo che lancia insulti al mondo da una stanza vuota della Casa Bianca. Dietro e davanti a lui, come per i suoi predecessori, rimangono attivi tutti i controlli e i bilanciamenti previsti dalla Costituzione americana, i famosi «checks and balances». Quando un presidente USA abusa del proprio potere, compie violazioni gravi o è incapace di governare, il Congresso ha gli strumenti costituzionali e politici per far fronte alla situazione e mettervi un freno. E questo, negli USA, non sta accadendo.

Al di là delle aspre e violente polemiche, Trump è ancora in sella e nelle sue funzioni, duramente criticato sì, ma pienamente operativo. Fin troppo.

Quello di cui tanto si parla sui media e che viene disapprovato, in realtà, non è l’operato di Trump, ma il suo stile presidenziale. L’indignazione che dilaga contro di lui è funzionale, soprattutto nella fragile e incerta Europa, a evitare di prendere appieno le distanze dalle guerre che sta conducendo, anche a nostre spese. Si preferisce, insomma, dissociarsi dalle sue parole ma non dalle sue azioni né, tantomeno, dall’economia americana e dalla sua protezione militare. È comprensibile.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui Trump agisce in un modo così sopra le righe, francamente non degno di un presidente degli Stati Uniti. Egli è consapevole che le guerre, nelle democrazie di oggi, si vincono sul piano dell’opinione pubblica ancora prima che su quello militare. Per questo vuole che tutti siano dalla sua parte sulle questioni importanti. Ogni defezione la considera un tradimento sul campo. Gli ultimi violenti attacchi di Trump a Leone XIV – che dal canto suo si era limitato, sabato scorso, a criticare la «follia della guerra», anche quella in Iran, e l’idea che la religione possa giustificare il conflitto – sono da leggersi in questo senso. Il tycoon è arrivato perfino a sostenere che l’elezione di Leone sarebbe merito suo, affermando di averla «reso possibile» grazie alla sua presenza alla Casa Bianca. Una ricostruzione a dir poco fantasiosa. Ha poi accusato il papa di essere «debole in politica estera», come se schierarsi con Washington fosse l’incarico principale di un pontefice. Un’insinuazione ingenua, ça va sans dire, che nasconde però una verità sui fatti. C’è molta prepotenza negli ultimi tempi, nell’atteggiamento di Trump, degli Stati Uniti e dei loro alleati. Segnale che il momento geopolitico è grave e che anche il giornalismo deve fare la sua parte, senza cadere in letture superficiali o soggettive della realtà. Delle ingiurie di Trump dovrebbe importarci il giusto, ma delle sue azioni molto di più.