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Il commento

Cronache dal Medio Oriente: gli scenari

Due settimane fa sono tornato da un viaggio in Egitto e Giordania, poche ore prima dell’attacco americano all’Iran
Giovanni Barone Adesi
Giovanni Barone Adesi
17.03.2026 06:00

Due settimane fa sono tornato da un viaggio in Egitto e Giordania, poche ore prima dell’attacco americano all’Iran. Gli evidenti preparativi, da settimane, lasciavano presagire che le trattative tra Stati Uniti e Iran non andassero bene. Non era chiaro cosa si potesse trattare. Il regime iraniano dichiara da decenni di volere distruggere l’Occidente, ovvero Israele, Stati Uniti e Paesi europei, anche se benpensanti. Persegue a tal fine un programma nucleare alacremente, forte delle notevoli risorse umane e materiali delle quali dispone.

La decisione di Trump è stata criticata perché certamente l’Iran non dispone ancora di un arsenale nucleare. Pertanto, molti non condividono la necessità di questo intervento, che il Governo americano difende con motivazioni spesso discordanti. Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che escludeva interventi militari all’estero. Non sorprende che molti suoi sostenitori sono tra i maggiori oppositori della sua decisione di attaccare l’Iran.

I tempi di questo intervento siano stati dettati dalla percezione che Russia e Cina, vicine all’Iran, fossero troppo impegnate altrove per poter aiutare molto gli ayatollah. Inoltre l’ambiguità strategica perseguita da Trump consente a russi e cinesi di sperare in contropartite negli scacchieri per loro più interessanti. In questo quadro, la possibilità di eliminare buona parte della dirigenza iraniana è apparsa irresistibile, precipitando l’attacco del 28 febbraio.

Contrariamente alle aspettative americane, non c’è stata una sollevazione popolare in Iran. Il regime iraniano, pur indebolito dalla crisi economica, conserva un seguito di sostenitori tra gli strati più conservatori della popolazione. D’altra parte, l’America non farebbe una guerra onerosa per cambiare il regime iraniano. Un eventuale ritorno dell’Iran alla democrazia, assente dagli anni cinquanta, sarebbe soltanto un beneficio collaterale.

Pure il controllo del petrolio iraniano non sarebbe un motivo sufficiente per scatenare una guerra, a differenza del mantenimento dello status quo nel Golfo Persico, favorevole oggi agli Stati Uniti, ma sempre precario. Infatti oggi gli Stati Uniti sono il maggiore produttore mondiale di idrocarburi, con accesso anche alle ingenti risorse canadesi e venezuelane, e solidi rapporti con molti Paesi arabi.

Un aumento del costo del petrolio non è pertanto un grave problema per l’economia americana, a differenza delle notevoli difficoltà che crea all’Europa e alla Cina.

La strategia americana mira a separare la Russia dalla Cina. In questo senso è aiutata dagli alti prezzi del petrolio, che hanno effetti opposti sull’economia cinese e russa. Naturalmente questo non sfugge agli europei, preoccupati che l’alto costo del petrolio, e l’allentamento, forse temporaneo, delle sanzioni alla Russia, consentano a quest’ultima di intensificare i suoi sforzi nella guerra in Ucraina, ormai nel quinto anno.

La grande domanda è come finirà l’avventura iraniana di Trump, pressato dalle scadenze elettorali di novembre e le proteste di una parte dei suoi sostenitori. Sembra improbabile che il regime iraniano sparisca, d’altra parte un massiccio intervento per occupare l’Iran non è politicamente sostenibile. Sembra inevitabile quindi che le ostilità si concludano con una tregua, che consenta ad entrambi i contendenti di dichiarare di avere vinto. L’America dichiarerà di avere raggiunto i suoi obbiettivi, l’Iran di avere respinto l’attacco. I perdenti, come purtroppo spesso, saranno gli europei, che continueranno a dipendere dalle risorse del Medio Oriente, sempre più turbolento. L’assenza di una strategia europea credibile pone l’Europa fuori dalle decisioni, restando preda facile degli appetiti altrui.