Dal "caso Balogun" ai dazi, il mondo «prende atto»

Il 2 aprile dello scorso anno era tutto già molto chiaro. L’immagine di Donald Trump, divertito, lavagna in mano, nel distribuire i dazi a destra e a manca, era bastata, al mondo tutto, per capire quale sarebbe stato il destino delle relazioni commerciali di ogni singolo Paese con gli Stati Uniti da lì in avanti. Di nuovo, ieri mattina, Guy Parmelin ha dovuto - e citiamo il post su X del suo dipartimento - «prendere atto» della decisione di Washington di imporre nuovi dazi doganali del 12,5% sui prodotti svizzeri.
È così, il mondo spesso non può che prendere atto delle azioni unilaterali di Donald Trump. Ce ne siamo d’altronde accorti persino in un ambito che, ingenuamente, si credeva neutro come il calcio. Dalla forzata cancellazione della squalifica dell’attaccante Balogun all’imposizione di nuove tariffe all’importazione, l’approccio è in fondo il medesimo. Ma le ripercussioni, in questo caso, sono ben più ampie. E difficilmente finirà con Lukaku a inscenare ironicamente due passi del balletto del tycoon. Certo, sul 12,5% qualcuno fa notare che poteva andare peggio. Ci si rallegra persino del fatto che la Casa Bianca abbia rispettato «la dichiarazione d’intenti comune».
È più difficile, invece, non rispondere alle accuse di favoreggiamento del lavoro forzato lungo le catene di approvvigionamento. La Confederazione, nel post citato, lo fa notare, non ci sta. È vero che non può vantare, al contrario dell’Unione europea, un divieto specifico di importazione per le merci prodotte con il lavoro forzato, ma è altrettanto vero che - oltre ad aver firmato varie convenzioni internazionali contro di esso - ha meccanismi di controllo e di azione pensati e introdotti contro queste pratiche. Ma a che cosa serve farlo notare?
Quando Karin Keller-Sutter, allora presidente della Confederazione, aveva provato, con garbo risoluto, a spiegare a Trump le cause dello squilibrio commerciale in quella telefonata di fine luglio 2025 di cui scrisse il mondo intero, si era presa della «pedante». Il presidente americano aveva chiuso bruscamente la telefonata, e la Svizzera si era vista costretta a fare i salti mortali pur di recuperare terreno e punti percentuali. Nessuno, insomma, può spiegare nulla a Trump, ci si limita a prendere atto e a tirare il fiato per aver evitato percentuali come quel 39% che rovinò la festa del Primo Agosto del 2025.
In occasione della prossima Festa Nazionale, complici anche gli ostacoli posti internamente dalla Corte suprema americana, la Confederazione non dovrà aspettarsi ulteriori sgradite sorprese, non di quelle proporzioni perlomeno. Ma ancora una volta l’economia globale - compresa, quindi, quella di una Svizzera che proprio non riesce a fare breccia tra le simpatie del presidente americano - si ritrova ad affrontare e a metabolizzare le decisioni estemporanee di Donald Trump, senza poter uscire da quella incertezza che è nemica, in particolar modo, della programmazione. Vale per il calcio, figurarsi in che modo possa valere per l’economia.


