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Tra il dire e il fare

Dalla Banca al bancone

Chi conosce bene Lugano e la ama non può fare a meno di constatare con preoccupazione alcune storture alle quali porre rimedio al più presto – Tre ambiti: ristorazione, turismo e alloggio
Alessio Petralli
14.09.2026 06:00

Lugano è una città dove molti amerebbero vivere. Una città a misura d’uomo in cui il clima è invidiabile, il paesaggio incantevole, la sicurezza garantita (nonostante qualche recente devianza). Chi conosce bene Lugano e la ama non può però fare a meno di constatare con preoccupazione alcune storture alle quali porre rimedio al più presto. Tre ambiti: ristorazione, turismo e alloggio. Per il primo è ormai un segreto di Pulcinella che la ristorazione luganese è da qualche tempo nelle mani di quattro o cinque gruppi, perlopiù stranieri, ognuno dei quali detiene più insegne che possono mettere in difficoltà iniziative tradizionali del territorio. Vista la delicatezza del tema, ci aveva colpito un’intervista apparsa il 3 aprile scorso su Tio, in cui uno degli amministratori del ristorante Galleria oltre che «fondatore e proprietario anche dell’Etnic, oggi a Pregassona» (nel frattempo chiuso definitivamente), denunciava che «nel settore cala la clientela e aumentano tensioni e sospetti su gestioni e investimenti poco trasparenti». Coinvolto nell’intervista il presidente di GastroTicino Massimo Suter, che in sostanza optava per un «in dubio pro reo: finché non emergono prove o interventi ufficiali, ogni teoria resta nel campo delle ipotesi. Non me la sento di sostenere la teoria del lavaggio di denaro sporco» (i tre virgolettati sono di Tio). È inoltre lo stesso Suter, in una sua lunga riflessione rintracciabile su Linkedin, a denunciare «L’emorragia strutturale del nostro turismo», lamentandosi di come sia passata «quasi sotto silenzio, la notizia della probabile riconversione in appartamenti dello storico Bellevue au Lac a Paradiso», alla quale la STAN si è peraltro opposta. La domanda del presidente, dopo aver parlato dell’«ennesimo dramma del nostro territorio», è retorica: «siamo davvero certi che sacrificare la vocazione alberghiera sull’altare della “residenzializzazione” di lusso sia la strada per mantenere il Ticino competitivo nel panorama internazionale?». Ma che competizione potrebbe mai giocare una città di lago con un lungolago assopito, in cui tanti letti freddi di appartamenti di lusso si riscaldano per poche settimane all’anno? Non vogliamo certo trasformarci in una asettica «regione di plastica», che negli ultimi trent’anni avrebbe subito «una perdita netta quantificabile tra i 2.500 e i 3.000 posti letto, di cui almeno duemila concentrati proprio nella prima linea fronte lago, tra Lugano e Paradiso». A dire il vero duemila paiono troppi ma, poco importa, la tendenza è chiaramente quella. Non è la prima volta che un hotel della tradizione luganese getta la spugna e viene trasformato in appartamenti di lusso, ma i tempi che corrono sono davvero bui. Voci simili di riconversione circolano per altri hotel prestigiosi e a questo proposito si veda il bell’articolo critico di Enrico Carpani («Senza gli storici hotel sul lago persa l’identità») su Weekend del Corriere del Ticino del 22 agosto scorso.  Non dimentichiamo poi le pressioni esercitate dal dilagante fenomeno degli affitti brevi tipo Airbnb. Per quanto riguarda l’alloggio vi è però una recente sentenza (30 aprile 2026) del Tribunale federale che fa ben sperare e che a Zurigo ha dato torto a «quattro imprese, che propongono appartamenti per affari ammobiliati». La sentenza sostiene «alloggi (a prezzi moderati) nel quadro dell’obbligo di garantire una quota di abitazioni primarie e quindi proteggere la popolazione residente locale dall’allontanamento». In parole povere, a determinate condizioni il diritto all’abitazione viene prima della libertà di commercio. Recentemente un amico regista mi manda «in via del tutto confidenziale un suo lavoro sperimentale reso possibile dall’intelligenza artificiale». Il titolo dell’intrigante «IA docufiction» di una trentina di minuti, sostenuto da un giornalismo di inchiesta sempre più raro, è «Il sospetto». Ma il sottotitolo esplicativo e i ringraziamenti dei titoli di coda non lasciano dubbi: «Dalla Banca al bancone» parla di una città immaginaria (Cerate), costruita grazie all’intelligenza artificiale, ma in realtà parla della nostra Lugano. Chissà se questo nuovo modo di dar voce a tante voci che hanno preferito rimanere anonime può rivelarsi un audace stratagemma per denunciare malandazzi di cui molti sanno, ma che pochi osano raccontare pubblicamente?