Disinformazione e propaganda, un rischio per le istituzioni

«Il modo in cui si combattono i conflitti è cambiato». Lo ha detto con chiarezza, Martin Pfister, capo del dipartimento della difesa, di fronte agli editori svizzeri. Rimangono certo i fucili d’assalto e i carri armati. E i feriti e i morti e le lacrime e la morte. Pur mantenendo i suoi tratti più brutali, la guerra è oggi combattuta in forma più strisciante, con armi invisibili ma altrettanto pericolose, contro cui è necessario imparare a resistere. Senza che ce ne rendiamo conto, questa nuova guerra coinvolge appieno la Svizzera, che si trova infatti confrontata, come gli Stati vicini, a un doppio conflitto ibrido che non riconosce né confini né statuti di neutralità.Per legittimare le sue affermazioni, Pfister evidenzia che al mese quasi mille articoli di origine russa, che «devono essere definiti come disinformazione», inquinano i media locali. Il Consiglio federale ha d’altronde rilevato che la Svizzera è diventata sempre più bersaglio di campagne mirate dopo l’imposizione delle sanzioni contro la Russia.Ma non è solo dal freddo che vengono i pericoli. Nel novembre 2025 l’amministrazione Trump ha pubblicato un’aggiornata National Security Strategy, che descrive un’Europa in declino, vittima di una «soffocante regolamentazione» e guidata da governi di minoranza che «calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione». Washington si propone di «correggerne la traiettoria» e considera cyberspazio e tecnologie digitali strumenti centrali di potere e influenza globale. In questo quadro, i GAFAM (Google, Apple, Facebook/Meta, Amazon, Microsoft) - ostili alla stretta normativa europea - hanno accolto figure vicine a Trump nei loro vertici e, secondo diversi analisti, sono allineati alla deregulation dominante, lasciando proliferare contenuti e false notizie che, ledendo spesso i diritti delle minoranze, finiscono per favorire il proselitismo ideologico dell’amministrazione americana. L’algoritmo a guida statunitense può dunque polarizzare e disinformare quanto quello russo. Nel corso della Guerra fredda l’obiettivo della propaganda era conquistare l’egemonia culturale, così da dimostrare la superiorità del proprio blocco ideologico. Oggi il meccanismo sembra rovesciato: non si tratta più di affermare un’egemonia, ma di dissolverla. L’obiettivo è seminare il Caos, erodere i presupposti condivisi del discorso pubblico. Come mostrano certe strategie di comunicazione aziendale - adottate in passato da alcune industrie del tabacco e oggi riprese dal negazionismo climatico - quando non si può smentire l’evidenza dei fatti, la si confonde: si alimenta l’incertezza, si sposta il confronto dal terreno del vero/falso a quello del «forse», si moltiplicano le verità alternative.La storica Anna Applebaum ci insegna che la disinformazione pilotata non mira semplicemente a diffondere falsità, ma a erodere le fondamenta stesse del contratto sociale, seminando sfiducia e paura. Delegittimare i media di un paese serve a frantumare il terreno comune su cui si regge una società, dividerla e renderla più fragile. Quando disinformazione e teorie complottistiche agiscono senza freni non è la menzogna a prevalere, ma il dubbio sistematico: un dubbio che paralizza, alimenta il cinismo e spinge le cittadine e i cittadini a perdere fiducia nelle istituzioni, indebolendo così la loro capacità di difendere la stessa democrazia.In questo contesto di guerra ibrida svilire l’informazione, pensando che possa svolgere in forma gratuita o con mezzi limitati la propria funzione di verifica dei fatti e delle fonti, mette in pericolo la sicurezza e l’indipendenza del nostro paese. Per questo sorprende e rattrista la scelta di forze politiche che si proclamano paladine dell’indipendenza e della sovranità elvetiche di promuovere e sostenere un’iniziativa volta a ridurre, proprio in questo momento delicato, la forza dei media di servizio pubblico. Una scelta miope, fondata forse sull’illusione di poter trarre vantaggio politico dal Caos. Come sonnambuli irresponsabili non sanno che il Caos non lo si padroneggia, lo si previene.

