Crans-Montana, abbassare i toni non è uno slogan

Il dramma di Crans-Montana non è diventato un pasticcio (mediatico, politico e diplomatico, con scivolate giudiziarie) solo per puro caso. È stato trascinato dentro una logica di scontro che con la ricerca della verità ha poco o nulla a che vedere; ma a dare le mosse in questa direzione è stata la leggerezza nel trattare una vicenda a respiro mondiale, con logiche da periferia. Ne è così nato il derby Italia-Svizzera sorretto da un copione rozzo ma efficace per buttarla in gazzarra: da una parte chi attacca a testa bassa e dall’altra chi si sente in dovere di rispondere, di spiegare, di giustificare. Sempre. Anche quando i fatti parlano da soli e sarebbe buona cosa non condirli con superflue parole. Anche quando ciò che emerge è difficile, se non impossibile, da difendere, ma anche solo da spiegare facendo sfoggio della ragione.
Con le premesse citate, volenti o nolenti, il dibattito deraglia. Perché il problema non è la critica in sé, né il fatto che i media italiani abbiano acceso i riflettori sull’inchiesta. Il problema è stata la trasformazione sistematica di ogni dubbio in accusa, di ogni domanda in insinuazione, di ogni silenzio in colpa. E, specularmente, la nostra tendenza elvetica a sentirci chiamati in causa e quasi obbligati a reagire sulla difensiva. A replicare. A controbattere. Come se non rispondere fosse una resa, come se prendere distanza dallo scontro equivalesse ad ammettere una colpa collettiva. E qui sta la trappola. Una trappola che finisce per spostare l’attenzione dall’unica questione che dovrebbe contare, la qualità e la solidità dell’inchiesta, a una contrapposizione sterile tra chi accusa e chi si difende. Un gioco al massacro che alimenta il rumore, non la comprensione. E che fa comodo a chi vive di polemica permanente, molto meno a chi cerca risposte.
Da questo scontro permanente bisogna avere il coraggio di uscire. Non per sottrarsi alle responsabilità, ma per sottrarsi a una logica che non porta da nessuna parte. Perché continuare a rispondere punto su punto a chi polemizza per mestiere significa accettarne le regole, il ritmo, il terreno di gioco. E quel terreno non è quello della verità, ma quello dello spettacolo. Ed è da qui che bisognerebbe avere il coraggio di dire «no grazie». Perché la domanda centrale non è se l’inchiesta di Crans-Montana sia stata trattata con arroganza, né se alcune trasmissioni televisive abbiano trasformato una tragedia in uno spettacolo. Tutto vero, peraltro. La domanda vera è un’altra: che senso ha continuare a giocare una partita che non porta da nessuna parte? Perché gli errori oggettivi nell’inchiesta di Crans-Montana esistono. Negarlo sarebbe intellettualmente disonesto e su questo non ci siamo mai nascosti.
L’arresto tardivo di Moretti, l’esclusione dei legali delle famiglie delle vittime dalle prime audizioni, il ritardo nel sequestro dei telefoni cellulari, un’indagine inizialmente concentrata quasi esclusivamente sui coniugi Moretti, la mancata perquisizione degli uffici comunali di Crans-Montana, l’assenza di una perquisizione a sorpresa presso la fiduciaria che gestiva la contabilità del Constellation, la cancellazione delle immagini delle telecamere di sorveglianza. E ora emerge anche la questione del responsabile della sicurezza. Tutti fatti. Non opinioni. E che, come tali, vanno trattati. Abbassare i toni non è uno slogan. È una scelta. E non significa minimizzare, né insabbiare. Significa scegliere di non rispondere sullo stesso piano di chi urla. Significa smettere di rincorrere l’agenda dettata da studi televisivi che hanno bisogno di conflitto per sopravvivere. Significa sottrarsi, una volta per tutte, a certi atteggiamenti, dove la complessità viene sacrificata sull’altare dell’audience.
Anche perché un’altra strada esiste. Più faticosa, certo. Ma più utile. È quella dell’osservazione critica interna, senza complessi di inferiorità e senza riflessi difensivi. Guardare alle falle dell’inchiesta per quello che sono: problemi da chiarire, responsabilità da accertare, procedure da rivalutare. Non per difendere la Svizzera, men che meno il Vallese, “per partito preso”, ma per difendere un principio: che la ricerca della verità non ha bisogno di bandiere. Il vero rischio, oggi, non è il metodo mediatico italiano. È la nostra reazione a quel metodo. È l’idea che ogni critica vada respinta come un’offesa all’orgoglio nazionale. È la tentazione di trasformare una tragedia giudiziaria in una questione identitaria. Crans-Montana non è una sfida tra due Paesi. Non è una partita Svizzera-Italia. È un’inchiesta complessa, con vittime reali in larghissima maggioranza di nazionalità elvetica, famiglie che attendono risposte e un sistema chiamato a dimostrare di saperle dare. Tutto il resto è rumore. E il rumore, alla lunga, copre le domande che contano davvero. Torniamo finalmente ad occuparci dell’unica cosa che conta davvero: capire che cosa non ha funzionato. Senza urla. Senza tifoserie. Senza spettacolo.


