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L'editoriale

Bilaterali, perché serve il doppio sì

Nel dibattito sul nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea, le regole del gioco hanno ormai assunto un’importanza pari al gioco stesso
Giovanni Galli
09.05.2026 06:00

Referendum facoltativo, con la sola maggioranza dei votanti, o referendum obbligatorio, con la doppia maggioranza di popolo e Cantoni? Nel dibattito sul nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea, le regole del gioco hanno ormai assunto un’importanza pari al gioco stesso. Mercoledì, la Commissione delle istituzioni politiche degli Stati ha fatto un primo passo affinché i cosiddetti Bilaterali III debbano sottostare alla doppia maggioranza. È una questione tutt’altro che secondaria, perché le regole per la partita alle urne – la votazione dovrebbe avere luogo nel 2028 – potranno essere determinanti per il risultato finale. Con la sola maggioranza popolare basta un voto per fare la differenza. Con la doppia, invece, l’ostacolo da superare è più alto. Si stima che per spostare gli equilibri nei cantoni contesi, dove il risultato è in bilico, il quorum popolare in favore degli accordi dovrà essere almeno del 55%. È una soglia tutt’altro che facile da raggiungere su un terreno così divisivo come quello dei rapporti con l’UE. Il Consiglio federale si è pronunciato con largo anticipo per il referendum facoltativo; da un lato, per equivalenza con le votazioni (nel 2000 e nel 2005 ) sugli attuali accordi bilaterali; dall’altro, perché la Costituzione prevede il voto obbligatorio solo in caso di adesione a una comunità sovranazionale (come l’UE) o a un’organizzazione di sicurezza collettiva (come la NATO). Per stessa ammissione del Governo, alla scelta del referendum facoltativo non sono stati estranei anche motivi tattici. La decisione finale sul tipo di votazione spetta in ogni caso al Parlamento, che ha già imboccato la direzione opposta. Ed è bene che sia così. In teoria, il referendum obbligatorio potrebbe essere richiesto anche senza un’esplicita base costituzionale, attraverso la formula del «referendum obbligatorio sui generis», già usato in tre occasioni: per l’adesione alla Società delle Nazioni (1920), per l’Accordo di libero scambio con l’UE (1972) e per lo Spazio economico europeo (1992). La commissione, tuttavia, ha trovato un’alternativa, prevedendo una disposizione transitoria nella Costituzione che attribuisce al Consiglio federale la competenza di ratificare gli accordi con Bruxelles. Siccome qualsiasi modifica della Costituzione richiede la doppia maggioranza, il referendum obbligatorio è servito. La decisione è comunque stata presa di strettissima misura e non avrà vita facile in Parlamento, dove il discorso sarà condizionato dalle rispettive convenienze dei due schieramenti. I favorevoli alla sola maggioranza popolare sostengono che il referendum obbligatorio è una forzatura e lamentano che i cittadini dei piccoli Cantoni (sottinteso, scettici sulle relazioni con Bruxelles) avrebbero un potere nettamente superiore a quello degli elettori dei Cantoni più grandi, a dispetto del principio democratico «una persona, un voto». Sarà, ma ci sono molti buoni motivi per invocare la doppia maggioranza, a maggior ragione quando questa viene richiesta per iniziative popolari – alcune, diciamolo, anche pittoresche – di portata nettamente inferiore ai nuovi bilaterali. Il pacchetto di accordi avrà significative implicazioni interne. La ripresa dinamica del diritto UE, il ruolo indiretto della Corte di giustizia europea nella risoluzione delle controversie, l’impatto in termini di sovranità e di democrazia diretta, sono tutti elementi nuovi che non andrebbero lasciati alla sola maggioranza popolare ma considerati tenendo conto degli equilibri del sistema federalista su cui si basa storicamente la Confederazione. Non è solo una questione istituzionale. La fase di consultazione promossa l’anno scorso dal Consiglio federale ha dimostrato come certi interessi possano variare tra le diverse regioni del Paese. Eloquente la questione dell’accordo sull’elettricità, con i Cantoni alpini (tra cui il Ticino) che hanno richiesto la massima certezza del diritto sullo sfruttamento della forza idrica e di poter conservare la competenza di decidere sul rilascio delle concessioni. Insomma, a vari livelli si entrerebbe (o si potrebbe entrare) in una nuova dimensione dei rapporti con Bruxelles, un passo che per la sua portata richiede un’ampia legittimazione politica e democratica. Convincere il 5% in più dei votanti dovrebbe essere una sfida da raccogliere e non un problema da aggirare.