Blocco dei ristorni: una mossa rischiosa in un momento delicato

opo mesi di minacce più o meno velate, colloqui, perizie e riunioni, all’unanimità il Governo ha fatto la sua scelta: bloccare a titolo cautelativo circa metà dei ristorni che il Ticino versa ogni anno all’Italia. Una cinquantina di milioni in tutto che verranno congelati finché la Regione Lombardia non archivierà la questione della cosiddetta «tassa sulla salute», una legge non ancora applicata. Uno strappo annunciato, tanto più che quattro «ministri» su cinque si erano pubblicamente detti favorevoli alla misura. Detto, fatto: anche Marina Carobbio si è allineata ai colleghi al termine di una videoconferenza – giudicata tesa nei corridoi di Palazzo – fra l’Esecutivo ticinese e la consigliera federale Karin Keller-Sutter. Lunedì sera, le posizioni fra Bellinzona e Berna sono rimaste ferme sui rispettivi principi. Il Ticino giudica la misura lombarda come una doppia imposizione, e dunque lesiva dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Il Consiglio federale, invece, ritiene che sia facoltà di Roma introdurre una tassa di questa natura, e che – al contrario – sarebbe proprio il blocco dei ristorni a costituire una violazione dell’accordo. La rottura, dunque, è stata inevitabile e non a caso è arrivata proprio nell’ultimo giorno utile per versare i ristorni all’Italia. La decisione del Governo ticinese ha un solo precedente - quello del 2011, con il rocambolesco ritorno di Paolo Beltraminelli dalle vacanze per appoggiare i due colleghi leghisti. Ma va detto subito: il contesto e l’obiettivo di quel primo blocco erano molto diversi. All’epoca, infatti, le questioni riguardavano doppia imposizione, black list e il contestato accordo fiscale sui frontalieri in vigore dal 1974.
Riassumendo, se in passato nel mirino c’era principalmente il Governo di Roma e l’allora ministro Giulio Tremonti, oggi il Ticino ha compiuto un gesto politicamente eclatante non tanto verso l’esterno, quanto piuttosto verso l’interno. L’azione del Consiglio di Stato va letta sì nel contesto del mercato del lavoro lungo la frontiera, ma il fine è diverso. Se prima le critiche verso Berna erano appannaggio quasi esclusivo della Lega, ora i rapporti sono talmente incrinati da far alzare scudi anche agli insospettabili. Il malcontento è trasversale ai partiti. Il blocco dei ristorni è quindi un mezzo per mettere pressione a Berna anche su altre questioni. Innanzitutto c’è la mancata modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria intercantonale. Un rinvio al 2030 che il Governo senza tanti giri di parole aveva definito «uno schiaffo» e «una chiara mancanza di riconoscimento per la realtà del nostro Cantone». E anche qui, guarda caso, c’entrano i frontalieri, perché il Ticino vorrebbe una revisione del calcolo del potenziale delle risorse, un indice che nel nostro Cantone è artificialmente elevato dai frontalieri.
Le rivendicazioni ticinesi potrebbero poi essere allargate anche agli aiuti alla ricostruzione della Vallemaggia (a due anni dall’alluvione, ancora non c’è il messaggio del Consiglio federale), ai maggiori oneri che arriveranno dalla Confederazione, oppure al progetto «Trasporti ’45» attualmente in consultazione ma che non prevede grossi investimenti in Ticino. O ancora, di riflesso, al tema trito e ritrito dei continui aumenti dei premi di cassa malati, con il nostro cantone pronto ad addossare puntualmente le colpe su Berna.
Deciso il blocco dei ristorni, resta da capire se questa scelta farà davvero gli interessi del Ticino. Le feroci critiche che sono piovute sulla Svizzera dall’Italia dopo la tragedia di Crans-Montana, sono lì a ricordarci quanto siano delicati e fragili i rapporti tra vicini di casa. Adottare la linea dura, per un cantone periferico come il nostro, è a tutti gli effetti una scommessa rischiosa. Se le parti - mettendo sotto il tappeto lo strappo istituzionale - riusciranno a sedersi attorno a un tavolo per dirimere la questione, qualche aspetto positivo potrebbe esserci. Altrimenti - ed è un rischio molto concreto - il Ticino potrebbe restare vittima della sua decisione. Inimicarsi Berna, Roma e i Comuni di frontiera che beneficiano dei ristorni, è un rischio non da poco. Perché isolarsi non è mai una buona idea, specie se non si intravvede una strategia definita. Anche quando il blocco dei ristorni, a meno di un anno dalle elezioni, sembra piacere a tutti i maggiori partiti.


