Casa Bianca, affari privati e vizi pubblici mai visti prima di Trump

Donald Trump non è l’unico presidente degli Stati Uniti entrato alla Casa Bianca già molto ricco. Prima di lui, solo John F. Kennedy aveva un patrimonio personale miliardario prima di diventare presidente. Seguono, nella speciale classifica dei più benestanti, George Washington (tra i 580 e i 700 milioni di dollari), Thomas Jefferson (285 milioni di patrimonio) e Theodore Roosevelt (tra i 140 e i 168 milioni). In tempi più recenti, ma con una ricchezza molto più modesta, troviamo i due Bush: 25 milioni per il padre e circa 50 milioni per il figlio, entrambi con attività imprenditoriali nel settore petrolifero.
Sul fronte democratico troviamo invece Bill Clinton e Barack Obama, che al momento dell’elezione non possedevano alcuna ricchezza significativa. Erano di estrazione sociale piuttosto modesta e hanno capitalizzato la loro presidenza diventando decisamente benestanti (oltre i 70 milioni) soltanto al termine del loro mandato, grazie ai diritti editoriali e alle conferenze pubbliche ben pagate. La stessa cosa si può dire di Joe Biden. Per tutta la sua vita politica e fino al termine della sua prima vicepresidenza con Obama, non ha mai superato i due milioni di dollari di patrimonio — non di reddito, è bene precisare.
Una menzione a parte la merita Jimmy Carter, il presidente probabilmente più frugale della storia moderna degli Stati Uniti. Talmente modesto da non aver mai accettato un dollaro per sé dalle conferenze pubbliche, perché non riteneva etico guadagnare dal fatto di essere stato presidente. Una bestemmia. Da coltivatore di arachidi della Georgia, Carter, al termine del suo unico mandato alla Casa Bianca, ne è uscito ancora più povero e ha dovuto addirittura vendere la sua azienda agricola per ripianare un debito di un milione di dollari, causato dalla cattiva gestione dell’amministratore fiduciario del blind trust — il fondo cieco — a cui aveva affidato i suoi pochi, a questo punto si può dire, beni.
Ma restiamo sul concetto di blind trust, che dovrebbe caratterizzare uno Stato democratico e liberale fondato sulla separazione dei poteri. Si tratta di uno strumento giuridico e finanziario pensato proprio per evitare conflitti d’interesse tra gli affari privati di una persona e il suo ruolo pubblico o istituzionale. In pratica, il proprietario cede la gestione totale del proprio patrimonio a un gestore terzo indipendente, creando una sorta di «muro di cecità» tra il titolare dei beni (attivi finanziari e immobiliari) e chi li gestisce operativamente. L’isolamento informativo è totale, o quasi: il proprietario non sa più in quali specifiche società e settori siano investiti i suoi soldi. Conosce solo il valore complessivo del fondo, ma non la sua composizione interna.
Questa consuetudine è stata la prassi rispettata da tutti i predecessori di Donald Trump, proprio per allontanare l’ombra di possibili conflitti d’interesse ed evitare, per quanto possibile, che qualsiasi decisione dell’Esecutivo potesse avvantaggiare chi si trova pro tempore — altro concetto repubblicano quasi dimenticato — a gestire la cosa pubblica. Trump, invece, ha rifiutato questo approccio, che vale però per tutti gli alti funzionari e segretari di Stato della sua amministrazione. Ha affidato, al momento del suo insediamento, il suo ampio patrimonio a un trust revocabile gestito dai suoi due figli maggiori, Donald Jr. ed Eric Trump, e dall’ex direttore finanziario della sua holding, la Trump Organization. Addirittura, il presidente è rimasto il beneficiario economico dei profitti del fondo.
Nell’anno fiscale 2025, stando alla dichiarazione dei redditi pubblica, Trump ha conseguito guadagni per 2,2 miliardi di dollari, di cui 1,4 miliardi provenienti dal solo settore delle criptovalute, ambito favorito fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Una commistione tra affari privati e governo repubblicano che non si era mai vista in queste proporzioni nei 250 anni di storia degli Stati Uniti.


